Stessi occhi, stessi tramonti, stesse tempeste.

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Sei un accordo in Do minore. Un pianoforte su cui poggio piano le dita.
Un pianoforte da cui mi lascio portare, una sera di settembre, mentre il tramonto sta poggiando il suo vestito sul giardino di casa mia.

E io lo so come ti senti. Lo conosco il tuo tipo di viaggio.
Come una barca che esce in mare per raggiungere il sole e si trova a dover sopravvivere ad una tempesta.

Ciò che non sai però è che ho deciso che mi troverai sempre qui, seduto sulle tue mattine fresche, quando avrai bisogno di un bacio, e di sentire che va tutto bene.
Resterò. Contro ogni vento, ogni onda troppo alta. Contro ogni volta che avrai ancora paura.

L’ho deciso toccandoti le mani, che ti ho sentito forte, in mezzo a tutto questo freddo.

Ho immaginato i tuoi occhi, oggi, belli come ogni mattina, e mi sono spaventato al pensiero di non poterli più immaginare mentre mi guardano.

E ti parlavo della mia felicità, di questo apice che c’è adesso, e pensavo che un pò forse me lo sono meritato, dopo tutto.
E ti chiedevo come sarà, ed era una domanda stupida se pensi a come è iniziato tutto questo ballare tra grandi dosi di istinto e piccole porzioni di ragione.

Siamo due dita che si avvicinano piano, con il tempo che fa il suo.
Siamo complicità e disimpegno. Paura e coraggio.

Siamo tutte le volte che siamo caduti, e che ci siamo rimessi in sesto.
Siamo le tue cuffie, i miei maglioni.
Siamo due iniziali con accanto una nuvola, e un cuore spezzato, che significa me e qualche possibilità che torni intero.

 

E allora pensavo,

lasciami stare ancora un pò, per favore.
Possiamo anche restare in silenzio.

Ma lasciami stare,
almeno fino a che il mare sarà calmo.

Andrà tutto bene, vedrai.

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6 cose buone, e 1 cattiva. (#1) – titolo variabile –

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  1. Facevo la doccia più o meno tutti i giorni, tolte le sere in cui ero così stanco che mi addormentavo sul divano stremato dopo tutte quelle corse dietro al pallone. Di quelle docce ricordo me nel mio accappatoio disegnato, seduto sul water con la tavoletta chiusa e mia madre che mi asciugava i capelli. Mi veniva da chiudere gli occhi. Sentivo le mani che spostavano i capelli, e l’amore di qualcuno che si stava prendendo cura di me.
  2. Avevo più o meno tre anni e il mare mi sbatteva le onde sulle gambe. La diffidenza verso le prime onde, e piano piano conoscerle, e riderci insieme.
    E poi scoprire quella sensazione che ti da la sabbia quando se ne va da sotto i tuoi talloni trascinata dal mare che torna, un solletico in cui rimanevo immobile a fissarmi i piedi. E due occhi a riva che controllavano la mia felicità di scoprire.
  3. Non sono sicuro fosse maggio, ma faceva caldo, questo me lo ricordo. Era anche Domenica, di questo sono sicuro. Mio padre era entrato a casa e non ha aveva aperto bocca, sorrideva a mia madre, poi aveva preso me in braccio, le aveva dato un bacio e lei aveva risposto “ci vediamo dopo” sorridendo di riflesso.
    Quella Domenica c’era Roma – Perugia allo stadio, finì 3 a 1. Non eravamo già una famiglia che si poteva permettere cene fuori la sera, o stravizi che avrebbero intaccato le bollette, ma quella era stata la mia sorpresa. Ricordo tutto: Mangone che esce, entra Rinaldi dopo mezz’ora, Mazzantini che prendeva tutto, Totti giocava sul velluto, Montella segna a porta vuota l’uno a zero, Nakata metteva paura, Ripa espulso Perugia in dieci, Assuncao decide che quello è il momento di buttare giù la porta da venti metri, due a zero, il gol di Zago annullato, poi Totti su rigore chiude i giochi dopo il gol della bandiera del Perugia. Mio padre che esulta, felice.
    Prima di entrare avevamo anche comprato sciarpa e maglietta, ce l’ho ancora, sta nella scatola dove tengo i ricordi, ci sono anche i biglietti di quella partita lì, Ogni tanto li riguardo: Roma – Perugia, 1999, partita insignificante ai fini del risultato, ma la partita più bella della mia vita.
  4. Estate 2001, ogni santa Domenica si andava al Lago di Vico con gli amici di famiglia, mio padre andava prima di tutti per prendere il posto, noi arrivavamo dopo con due macchine e il pranzo al seguito. Mia madre faceva le lasagne. Prima delle undici non ti facevano entrare in acqua nemmeno con la muta da sub, che l’acqua era troppo fredda, “hai appena fatto colazione, ti prende una congestione”. Sarebbe stato il primo caso al mondo di congestione per colpa di mezzo cornetto, vuoto oltretutto, ma bisognava starci.
    Bagni interminabili, che si usciva dall’acqua solo per aspettare che le labbra tornassero dal viola al loro colore naturale, e che i polpastrelli non avessero più le grinze.
    E tornare poi verso casa, la sera, quando il sole non c’era quasi più, attaccarsi al finestrino e sussurrare a tutta quella felicità: “ci vediamo presto”.
  5. “Smiro”, Ferella e Saponaro, quelli che sapevi ti avrebbero difeso anche in guerra, De Nava che sembrava un nazista già a dodici anni ma che non avrebbe ucciso una mosca; Di giuseppe che pesava sei chili bagnato; Iannone l’uomo più scoordinato della terra; Pezzullo anche detto “ringhio”. Ranalli, elegante come molti, assassino come pochi; Piccone, più matto il padre che il figlio. Mannozzi, forte come non ne ho visti più. Petrucci, l’uomo che non ti aspetti. Masino, negato ma il perfetto uomo spogliatoio. Lorenzetti, zero voglia ma non gli stavi dietro. E poi Giorgio, l’unico uomo al mondo che urlando ha chiamato il mio nome più di mio padre e mia madre messi insieme, spesso anche per minacciare di uccidermi. In sintesi, una squadra di squattrinati, che mi ha insegnato a credere nelle cose difficili.
  6. Un’ elefante si dondolava sopra il filo di una ragnatela“. Io e mia sorella la cantavamo tornando da scuola quelle poche volte che veniva a prendermi, ché magari i miei non potevano. Camminavamo e ci battevamo i palmi delle mani contando quanti fossero gli elefanti su quel benedetto filo fino a che io chiedevo come faceva a non rompersi. Eravamo io e lei, belli, giovani, legati da un filo dove non ci dondolavano gli elefanti, ma c’eravamo noi e un pomeriggio che doveva ancora passare.
  7. Gli specchi non erano miei amici, sopratutto ai tempi della scuola media, dove andavo per piacere. Piacere alle ragazzine intendo. Mi vedevo brutto, mai in ordine. Sapevo ogni mattina che non sarebbe stato il giorno giusto per piacere. Una volta, in terza media un mio compagno si mise a ridere delle mia scarpe consumate: mio padre me ne comprava un paio al mese, alcune volte anche ogni due mesi, e io giocavo a calcio anche quando non avevo un pallone, con qualsiasi cosa rotolasse. Il più delle volte erano pigne degli alberi che sono nel cortile di casa mia, e le mie scarpe ne risentivano piano piano sempre di più. A me non è che importasse molto, ché in fin dei conti il mio scopo era dare calci a qualcosa, ma forse per i miei compagni le mie scarpe consumate erano un problema. A quella risata risposi sedendomi due posti più in là e intrecciando le gambe sotto la sedia cercando di nascondere le scarpe. Quel giorno ho imparato che una risata può anche farti sentire deriso; che quelle, possono rimanere delle semplici scarpe rotte, oppure diventare il manifesto della tua felicità.
    Perché alla fine di tutta questa storia, sei tu che scegli il punto di vista da cui guardarle, quelle scarpe.

Nel mare calmo, continuo.

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Niente conclusioni tratte, che qui continua tutto. E grazie al cielo, aggiungerei. Direi che è stato un anno di fermo in movimento. E’ stato un anno di corse su un leggero cullarsi, faticoso, ma dolce. Un anno da cui voglio tenere qualche sorriso in più, e metterlo in cornice. L’anno del ritorno a casa, e le luci del viale la sera che sono ancora lì, l’anno della certezza di alcune cose, l’anno della definizione di altre. Un anno di tempeste più o meno forti, superate nel momento in cui perdi le speranze, con le ultime gocce di forza, di notti a girarti nel letto e giorni di calma meritata; e vado ancora navigando su queste acque calme, ancora un pò tiepide, ma chiare in alcuni punti.

Niente auguri, zero propositi, solo i giorni che passano e continuano, così, perché può succedere che la fine di un anno non debba essere necessariamente la fine di qualcosa.
Può succedere che navigare sia bello, più di arrivare a destinazione.

Sciolgo i nodi. Soffio su questa vela. Vado un pò più veloce verso il sole che mi scalda.
Porto con me la valigia dove ho scritto chi sono e, il vento, che ha sempre l’odore del vento. Ci metto dentro me da bambino, le parole che ho scelto, un pò d’acqua, e i giorni più belli. Appoggio tutto con cura e, continuo, nel mare calmo, verso altre mille albe come questa. Ché non potrei fare altro.

Non potrei fare davvero nient’altro.

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(A voi, che in qualche modo siete sempre qui, stretti, negli abbracci o nelle parole. Negli occhi.
Un Buon inizio e una Buona fine, ma sopratutto, una Buona continuazione…)

Come in un film di Almodòvar.

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Il silenzio di un viaggio sul 32 barrato, questo sole tiepido che sbatte sui finestrini, e quel pianoforte nelle cuffie. La testa la poggio al vetro, guardo gli alberi alti che giocano con i raggi e mi illuminano il viso a tratti, e la luce mi cammina sopra agli occhi che si chiudono per riflesso.
Ovviamente ti penso, ché ultimamente è una cosatante bellissima e piena di domande sulle cui dipingo risposte incerte.

In queste cuffie, d’improvviso incalzano i violini. Salgono i toni, riempiono. Come questo andare dolce, come in un film di Almodòvar, sulle sedie rovinate di questo vecchio vagone lungo e pieno di odori mischiati, dove migliaia di mani si saranno cercate senza mai trovarsi, e dove milioni di occhi hanno incrociato gli sguardi di un amore che non viaggiava alla stessa velocità del destino.

Ci staresti bene tu, in questa scena. Ci starebbero bene le tue mani, strette alle mie dita. E i tuoi occhi, col mio destino, per misurarne le velocità.
Ci starebbe bene non dover scendere, e ci starebbe bene che la libertà di questo andare, e il tepore di questo aprile fossero infiniti.

E allora sono dentro ad un disegno perfetto, tendo le braccia e tiro su le spalle mentre stringo i pungi nella fessura del sedile di fronte. E respiro tutto, per non perdermi neanche un secondo di questo pensiero.

Ci staresti bene tu, adesso, nel posto vuoto qui davanti. Ché anche senza aver saputo chi sei, mi sarei fatto coraggio e ti avrei tappato gli occhi mentre leggevi un buon libro, e già ti vedo: avresti tirato su il collo stupita, senza aver paura di quel buio improvviso; avresti chiesto “chi sei?” stando al gioco, e io avrei risposto sussurando “sono l’uomo che si è appena innamorato di te”.
Avresti messo di corsa le tue mani sulle mie, e le avresti tirate giù rallentando il gesto mentre la tua smorfia si imbarazzava.
Senza voltarti avresti aspettato la fermata giusta per scendere, e io quella sbagliata per seguirti, per godere ancora di quell’amaro e dolce gusto del dubbio. Per godere ancora di più della scoperta, e al momento di girarsi  avresti usato il tuo sorriso migliore.

Mentre sta per finire la mia corsa, e esco piano dall’abbraccio di questo tepore, penso che ci starebbe bene un futuro insieme. Su questo tram semivuoto.
Che ci starebbe bene, si, ma senza capolinea.