Stessi occhi, stessi tramonti, stesse tempeste.

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Sei un accordo in Do minore. Un pianoforte su cui poggio piano le dita.
Un pianoforte da cui mi lascio portare, una sera di settembre, mentre il tramonto sta poggiando il suo vestito sul giardino di casa mia.

E io lo so come ti senti. Lo conosco il tuo tipo di viaggio.
Come una barca che esce in mare per raggiungere il sole e si trova a dover sopravvivere ad una tempesta.

Ciò che non sai però è che ho deciso che mi troverai sempre qui, seduto sulle tue mattine fresche, quando avrai bisogno di un bacio, e di sentire che va tutto bene.
Resterò. Contro ogni vento, ogni onda troppo alta. Contro ogni volta che avrai ancora paura.

L’ho deciso toccandoti le mani, che ti ho sentito forte, in mezzo a tutto questo freddo.

Ho immaginato i tuoi occhi, oggi, belli come ogni mattina, e mi sono spaventato al pensiero di non poterli più immaginare mentre mi guardano.

E ti parlavo della mia felicità, di questo apice che c’è adesso, e pensavo che un pò forse me lo sono meritato, dopo tutto.
E ti chiedevo come sarà, ed era una domanda stupida se pensi a come è iniziato tutto questo ballare tra grandi dosi di istinto e piccole porzioni di ragione.

Siamo due dita che si avvicinano piano, con il tempo che fa il suo.
Siamo complicità e disimpegno. Paura e coraggio.

Siamo tutte le volte che siamo caduti, e che ci siamo rimessi in sesto.
Siamo le tue cuffie, i miei maglioni.
Siamo due iniziali con accanto una nuvola, e un cuore spezzato, che significa me e qualche possibilità che torni intero.

 

E allora pensavo,

lasciami stare ancora un pò, per favore.
Possiamo anche restare in silenzio.

Ma lasciami stare,
almeno fino a che il mare sarà calmo.

Andrà tutto bene, vedrai.

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Il sonniloquio, del mio coinquilino.

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Le 2 e 22. E io sono sveglio. Nella mia stanza. Che confina con la sua. E io non l’ho piu trovato a dormire sul divano, perchè ora ha un letto. E la sensazione dev’essere piu o meno come quando tuo figlio non ti chiama piu di notte per accompagnarlo a fare pipì. Dev’essere come vedere qualcuno crescere, e accorgersene. Vedere l’evolversi dell’abitudine. Toccare la normalità mentre diventa soddisfazione. Essere felici di un traguardo minimo e che nemmeno ti riguarda solo perchè tu, in cuor tuo, sai di averci messo un pizzico di spinta, e rimani zitto, a goderti il momento.

Le pareti di questa casa non nascondono i rumori. E questa notte, come alcune altre, sta facendo sogni inquieti, parla e dice cose. Che a lui piace parlare, anche senza avere risposte. E lo fa anche nelle cose: non pretende.
Queste persone esistono. E magari si contano. Io ci vivo. E sento di notte queste parole attraverso questo muro che gli regge la testa, entrare nella mia stanza, di nuovo. Ma quanto parla? Forse piu di notte che di giorno, mi viene da pensare.

E allora dormi, su questo letto nuovo, e parla ancora, se ti serve. Che sei un disastro con la polvere e con l’ordine dei vestiti, e devi ammetterlo. Però io rimango fermo, e ti guardo, mentre lasci tanto a tutti, e mentre sospiri “e vabbè” e poi sorridi rassegnato, quando sotto natale si rompe tutto, e non ne infiliamo una giusta, e a me viene di sorriderti di seguito.

E dormi ancora, che stanotte quel divano era vuoto, e io ho sentito il peso del tempo che cambia, e di te che vai avanti, su quel letto nuovo, nel mezzo di tutti questi discorsi che attraversano i muri di carta.
E io avrei voluto svegliarti per dirtelo, che in questo piccolo silenzio, sono fiero di te.

Ti voglio bene.