6 cose buone, e 1 cattiva (#2)

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Il primo è la prima volta che ho scritto. Avevo nove anni, e già sentivo di voler raccontare. Un foglio, una penna con la coda morsicata e una calligrafia poco lineare. La scrittura l’avrei poi abbandonata, per ritrovarla qualche anno dopo, come si fa con i buoni amici, o con gli amori più belli.

Il secondo è quando ho visto mia nipote per la prima volta, neonata, mia madre che me la passa, e io che per sbaglio le aggancio la bocca con l’indice, all’amo, e lei smette di piangere, mentre io rido un sacco. Qualche secondo prima era in mare, e io l’ho pescata, come si pescano le felicità più profonde.

il terzo è la ragazza che mi aspetta alla fine del binario, con la stazione piena, e so che sono arrivato a destinazione, davvero, per la prima volta, che lei è il punto e io il tratto della penna che lo raggiunge. Poi mi regala un cassetto per lasciare cose mie quando dormo da lei, un cassetto bianco, bianco come tutto quello che sento ora.
Porto in salvo anche il dolore che non ti fa piangere, perché le lacrime sono per le piccole cose capricciose.

il quarto è le risate di ogni dimensione, altezza e intensità, quelle di mia sorella in mezzo a tutte.

il quinto sono i miei genitori seduti su una panchina, diciannove anni fa. Mia nonna mi dice di non disturbarli, io li guardo e mi domando “che strano, chissà cosa fanno?”. Lo capii molti anni dopo, si stavano perdonando.

il sesto sono le guance di mia madre, terra di baci, nonostante una lontananza e un dolore forte, ogni volta che la vedo tornare. Sono le sue spalle, su cui ho viaggiato per trovare il sonno, chilometri di canzoni e luci al neon. Il suo odore, che cambia negli anni, ma che riconosco ogni volta, e ogni volta respiro.

L’ultimo è mio padre, con la schiena dritta e un pò di lacrime di fronte alla lapide di mio zio, una tomba chiusa da qualche anno ormai, si asciuga gli occhi e sussurra qualcosa che non capisco. Rimane sempre qualcosa da dover dire per andare avanti, e non importa che sia chiara o meno. Importa tenerla stretta.

Cosa sarei io senza le risate? O quel cassetto bianco? Senza sapere che i genitori sono figli? Che c’è bisogno di stare anche vicini per lasciarsi? Senza aver volato e poi essere caduto? Senza l’emozione di una pesca miracolosa?
Scriviamo ricordi sui vetri appannati, ci passiamo la mano sopra per guardare il panorama, a volte sono le stagioni a farlo per noi. Poi, quando meno te l’aspetti, i ricordi tornano tutti su quello stesso vetro, nella condensa dei nuovi respiri.

E tu, se domani tutto dovesse finire, che ricordi porteresti in salvo?

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Pettegolezzi a colazione.

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Stamattina il mio caffè ti stava pensando. L’ho sentito parlare con le presine, spettegolavano di me e te. Dicevano che sarebbe stato carino se fossi stata qui, di come sarebbe stato se io mi fossi messo a scrivere un pò, la mattina presto, e tu saresti apparsa in salone alla metà esatta di un paragrafo importante, con una delle mie camicie addosso, gli occhi stropicciati e un mezzo buongiorno in bocca.
Poi però il mio cinismo gli ha spento il fornello da sotto i piedi, che cominciavano a parlare un pò troppo. Dovrebbero imparare a farsi un pò gli affari loro quelle presine insolenti, e quel caffè che non si fa mai gli affari suoi.

Anche se una cosa giusta la stavano dicendo: le colazioni sole restano lì, quelle in due invece, ti portano sempre da qualche parte.

The dark side of quello che sento

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La fotografia era quella di lei, poggiata nei suoi vestiti neri a cercare un modo caldo per mentirsi che andava tutto bene. Lo scatto era quello degli occhi miei che avevano alzato il tiro, e poi avevo pensato che tendenzialmente sono più manifeste le motivazioni che ci tengono fermi, che non gli sforzi che danno origine a un gesto.

C’era la luce di una lampadina in una stanza senza finestre, e parole dai silenzi lunghissimi, che qui non si parla mai a caso, avevamo detto. L’odore del thé caldo, il suo primo sorriso dopo il dolore e altre cose per cui varrebbe la pena rinascere anche più di una vita, quelle cose che non guarderesti mai in mezzo alle distrazioni di una città così grande, e poi però eccoli lì gli sguardi che ti sorpassano svelti, inchiodano e tornano indietro. Come a dire: dio santo, tu, da dove sei uscita. Quelli.
E se tutto quello stare fosse stato una canzone, l’avrei chiamata “the dark side of quello che sento”, se fosse stato un sorriso sarebbe stato il suo, dopo aver parlato di cognomi, e citofoni.

E mi ha chiesto chi sono: quello che scrive o quello che si ferma. Il primo bacio, quando forse era troppo tardi, e tutto il resto che non è mai stato troppo tardi. L’inizio delle sue ginocchia, dove la pelle sulle gambe si fa sottile.
Credo in chi tiene da conto quando si sente felice e, ancor più, in chi non lo è ma fa ghirlande di fiori per l’attimo in cui lo sarà. Continuo a credere in quelli che, seduti a un tavolo, passano il tempo e le parole a guardarsi.

E non c’è più momento di dirsi che non è il momento, e non c’è più tempo per raccontarsi che non c’è più tempo.

E allora ti aspetto lì, nella spossatezza delle lettere a margine.
Qualunque sia la parola da scrivere. Che avere cura, a volte, è un altra cosa.

P.S. Sentire, osservare e rincorrere, sono le mie tre parole. Ma potrei cambiarle.

Parlami come Pablo.

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Chiedo aiuto a te, che mi parli senza le parole. Vieni a salvarmi, da questo limbo insopportabile. Vieni ad abbracciarmi. Raccontami che si può vivere ancora con i sorrisi, che si può tirarli fuori dalle tasche come caramelle piene di zucchero, e regalarle ai bambini che giocano in piazza. Raccontami ancora quelle storie che finiscono la notte. Accendimi le speranze e di nuovo le luci che avevo conservato con tanta accortezza e ora si sono spente per far largo al buio, prepotente e sfacciato.Vieni a farmi vedere di nuovo quello che mi aspetta. Vieni a dirmi che non è tutto qui, e che non è finito. Mostrami il paesaggio, e dimmi che c’è ancora abbastanza aria da respirare. Convincimi che sarò di nuovo alto, e che le mie spalle avranno ancora la forza di camminare dritte. Vienimi a salvare da questo giorno grigio, e dalle cinque di questo pomeriggio così perso di speranze. Fammi vedere che c’è vita, oltre questo muro grande e forte. Vieni a prendermi per mano. Ho bisogno d’aiuto. E parlami come Pablo, chè ” se niente ci salverà dalla morte, che almeno l’amore ci salvi da questa vita”.

Prese di coscienza di uno scrittore, una domenica.

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Sono di nuovo quello che si perde la mattina, nel sole che mi sveglia, e nel non sapere chi sono. Ho un nodo forte allo stomaco, e quando mi succede me lo prendo, lo tengo stretto con le braccia, sento che devo piangere, e invece no, zero lacrime, ma tutto un monologo di pensieri che per punteggiatura hanno le persone che vivo nei miei giorni, e quelle che mi mancano. Si, perchè io le persone le divido in due categorie ben precise: Virgole, o punti. Le virgole sono quelli che mi danno il tempo dell’andare, che sanno chi sono e però non me lo spiegano, perchè a loro piace così e se me lo spiegassero forse, scoprirei che non mi piace, e cambierei qualcosa, e allora si tengono stretto l’egoismo di volermi come vogliono, e non parlano, lo fanno per loro certo, ma loro pensano sia per me, e allora chi sbaglia in buona fede, io lo perdono sempre perchè significa. Le virgole sono tutte quelle persone che si cancellano da sole e che ho corretto nel tempo, quelle che mi lascio alle spalle e che però sono servite a dare un senso ad un tempo verbale, ad una frase: indispensabili. O sono anche quelli che ho imparato dove mettere. E poi ci sono i punti: i punti sono tutte quelle persone che mi premettono di fermarmi e prendere una pausa, e di pensare a quello che dovrò scrivere dopo. Sono quelli che mi danno la decisione del dover fare, del credere che sia giusto farlo. Quelli che mi vogliono bene, solo ed esclusivamente perchè io voglio bene ai punti. E alla fine è tutto un discorso sul fatto di pensare. Credere che la mia vita, adesso, ha preso la forma di un grande manoscritto, con le pagine enormi, e io lo sto scrivendo. Sto cambiando virgole, mettendo punti, calcando frasi, ma la cosa che mi fa stringere lo stomaco è che grazie a Dio, finalmente sò che lo sto facendo. Me ne sto accorgendo. Padroneggio i mezzi, e mi costruisco. Gli anni addietro adesso, sono stati la stesura di me stesso, e adesso sono pronto a scrivere.
Pensare, pensare sempre, e capire, assecondare, spostarsi se il mondo cade. Sorridere, anche solo con gli occhi, preparare del caffè al mattino, uscire a fare la spesa e avere del tempo per me. Nel mezzo, dare un senso con le virgole, e con i punti.
E andare, come una penna impazzita. A conquistare quelle pagine. Sapendo che non sono solo. E rido, non sapendo ancora chi sono.