Alda, mi manchi. Volevo dirti che ho perso la maschera.

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Mi è caduta la maschera e l’ho persa. E tu dici, raccoglila, parli facile tu. Se solo l’avessi persa in una stanza senza comodini potrei, è vero, ma è che l’ho persa mentre viaggiavo, e si sà, le stanze dei viaggi sono sempre troppo grandi per ritrovare qualcosa, è per questo che ricordiamo e basta. E allora adesso sono io, che non ho altra scelta. E mi piaccio. Sono bello, e forse lo ero anche prima. Anche un pò brutto in realtà, che prendere cura è una cosa che devo e non che scelgo, ahimè, e adesso che scanso gli atteggiamenti mi sento un’altro da me. Mi guardo da fuori, e sono bello quando rido, e quando ti dico che sei mia, e brutto quando mi perdo, quando evito, quando ho paura. Ma ho smesso di preoccuparmi anche di questo, che essere belli o brutti dovrebbe essere un chissenefrega scritto col pennarello a punta grossa su tutti i postit del mondo. Che magari adesso ho perso la maschera, e ricordo anche il momento, e non la cerco lo stesso, che così mi va bene. Si ok, dovrei farmi la barba magari, ma posso sempre farla. E comunque ho perso la maschera, e gli altri adesso diranno quello che vogliono, ma almeno lo diranno su quello che c’è, e non su quello che non c’è. Che come dice la buon vecchia Alda, “il mondo può rifarsi”. E allora, se può farlo lui, lo faccio anche io. Vediamo cosa ne esce.

“Ecco un bianco scenario
per tratteggiarvi l’accompagnamento
degli oggetti di sfondo che pur vivono.
non ne sarò l’artefice impaziente.
Berrò alle coppe della nostalgia,
avrò preteso d’ozio nelle lacrime…
perché non mi ribello alla natura:
la mia lentezza li esaspera…
La mia lentezza? No, la mia fiducia.
Per adesso è deserto.
Il mondo può rifarsi senza me,
E intanto gli altri mi denigreranno”

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