Stessi occhi, stessi tramonti, stesse tempeste.

Standard

Sei un accordo in Do minore. Un pianoforte su cui poggio piano le dita.
Un pianoforte da cui mi lascio portare, una sera di settembre, mentre il tramonto sta poggiando il suo vestito sul giardino di casa mia.

E io lo so come ti senti. Lo conosco il tuo tipo di viaggio.
Come una barca che esce in mare per raggiungere il sole e si trova a dover sopravvivere ad una tempesta.

Ciò che non sai però è che ho deciso che mi troverai sempre qui, seduto sulle tue mattine fresche, quando avrai bisogno di un bacio, e di sentire che va tutto bene.
Resterò. Contro ogni vento, ogni onda troppo alta. Contro ogni volta che avrai ancora paura.

L’ho deciso toccandoti le mani, che ti ho sentito forte, in mezzo a tutto questo freddo.

Ho immaginato i tuoi occhi, oggi, belli come ogni mattina, e mi sono spaventato al pensiero di non poterli più immaginare mentre mi guardano.

E ti parlavo della mia felicità, di questo apice che c’è adesso, e pensavo che un pò forse me lo sono meritato, dopo tutto.
E ti chiedevo come sarà, ed era una domanda stupida se pensi a come è iniziato tutto questo ballare tra grandi dosi di istinto e piccole porzioni di ragione.

Siamo due dita che si avvicinano piano, con il tempo che fa il suo.
Siamo complicità e disimpegno. Paura e coraggio.

Siamo tutte le volte che siamo caduti, e che ci siamo rimessi in sesto.
Siamo le tue cuffie, i miei maglioni.
Siamo due iniziali con accanto una nuvola, e un cuore spezzato, che significa me e qualche possibilità che torni intero.

 

E allora pensavo,

lasciami stare ancora un pò, per favore.
Possiamo anche restare in silenzio.

Ma lasciami stare,
almeno fino a che il mare sarà calmo.

Andrà tutto bene, vedrai.

Annunci

Come in un film di Almodòvar.

Standard

Il silenzio di un viaggio sul 32 barrato, questo sole tiepido che sbatte sui finestrini, e quel pianoforte nelle cuffie. La testa la poggio al vetro, guardo gli alberi alti che giocano con i raggi e mi illuminano il viso a tratti, e la luce mi cammina sopra agli occhi che si chiudono per riflesso.
Ovviamente ti penso, ché ultimamente è una cosatante bellissima e piena di domande sulle cui dipingo risposte incerte.

In queste cuffie, d’improvviso incalzano i violini. Salgono i toni, riempiono. Come questo andare dolce, come in un film di Almodòvar, sulle sedie rovinate di questo vecchio vagone lungo e pieno di odori mischiati, dove migliaia di mani si saranno cercate senza mai trovarsi, e dove milioni di occhi hanno incrociato gli sguardi di un amore che non viaggiava alla stessa velocità del destino.

Ci staresti bene tu, in questa scena. Ci starebbero bene le tue mani, strette alle mie dita. E i tuoi occhi, col mio destino, per misurarne le velocità.
Ci starebbe bene non dover scendere, e ci starebbe bene che la libertà di questo andare, e il tepore di questo aprile fossero infiniti.

E allora sono dentro ad un disegno perfetto, tendo le braccia e tiro su le spalle mentre stringo i pungi nella fessura del sedile di fronte. E respiro tutto, per non perdermi neanche un secondo di questo pensiero.

Ci staresti bene tu, adesso, nel posto vuoto qui davanti. Ché anche senza aver saputo chi sei, mi sarei fatto coraggio e ti avrei tappato gli occhi mentre leggevi un buon libro, e già ti vedo: avresti tirato su il collo stupita, senza aver paura di quel buio improvviso; avresti chiesto “chi sei?” stando al gioco, e io avrei risposto sussurando “sono l’uomo che si è appena innamorato di te”.
Avresti messo di corsa le tue mani sulle mie, e le avresti tirate giù rallentando il gesto mentre la tua smorfia si imbarazzava.
Senza voltarti avresti aspettato la fermata giusta per scendere, e io quella sbagliata per seguirti, per godere ancora di quell’amaro e dolce gusto del dubbio. Per godere ancora di più della scoperta, e al momento di girarsi  avresti usato il tuo sorriso migliore.

Mentre sta per finire la mia corsa, e esco piano dall’abbraccio di questo tepore, penso che ci starebbe bene un futuro insieme. Su questo tram semivuoto.
Che ci starebbe bene, si, ma senza capolinea.