Stessi occhi, stessi tramonti, stesse tempeste.

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Sei un accordo in Do minore. Un pianoforte su cui poggio piano le dita.
Un pianoforte da cui mi lascio portare, una sera di settembre, mentre il tramonto sta poggiando il suo vestito sul giardino di casa mia.

E io lo so come ti senti. Lo conosco il tuo tipo di viaggio.
Come una barca che esce in mare per raggiungere il sole e si trova a dover sopravvivere ad una tempesta.

Ciò che non sai però è che ho deciso che mi troverai sempre qui, seduto sulle tue mattine fresche, quando avrai bisogno di un bacio, e di sentire che va tutto bene.
Resterò. Contro ogni vento, ogni onda troppo alta. Contro ogni volta che avrai ancora paura.

L’ho deciso toccandoti le mani, che ti ho sentito forte, in mezzo a tutto questo freddo.

Ho immaginato i tuoi occhi, oggi, belli come ogni mattina, e mi sono spaventato al pensiero di non poterli più immaginare mentre mi guardano.

E ti parlavo della mia felicità, di questo apice che c’è adesso, e pensavo che un pò forse me lo sono meritato, dopo tutto.
E ti chiedevo come sarà, ed era una domanda stupida se pensi a come è iniziato tutto questo ballare tra grandi dosi di istinto e piccole porzioni di ragione.

Siamo due dita che si avvicinano piano, con il tempo che fa il suo.
Siamo complicità e disimpegno. Paura e coraggio.

Siamo tutte le volte che siamo caduti, e che ci siamo rimessi in sesto.
Siamo le tue cuffie, i miei maglioni.
Siamo due iniziali con accanto una nuvola, e un cuore spezzato, che significa me e qualche possibilità che torni intero.

 

E allora pensavo,

lasciami stare ancora un pò, per favore.
Possiamo anche restare in silenzio.

Ma lasciami stare,
almeno fino a che il mare sarà calmo.

Andrà tutto bene, vedrai.

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Francesca dimmi di sì.

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Londra brucia.
John Butler e una chitarra.
Io fermo, il vento, il tramonto che arriva nelle sere d’estate.
Gli alberi verdi chiaro, e verde scuro nelle fronde più alte.
Luglio, e le luci di questo cielo con le nuvole strappate.
Una storia incredibile: una donna, dei genitori che non sono i suoi ma poi si.
Un giornale, con una casa che va a fuoco. La scoperta. La ricerca. Il viaggio. I tasselli che si compiono, si incastrano. Minuscoli traguardi che insieme formano grandi traguardi.
Occhi. Abbracci. Una voce.
Cose difficili da spiegare.
Parole mai dette, che escono come un fiume senza argini quando ti vedo.
Domande, che aspettano risposte.
Un matrimonio in arrivo. Un figlio cercato. Un fratello scomparso. Un amore immenso.
Anni persi, nel tempo che non è mai perso.
Il 1986, anno terrificante.
Un senso logico. Un filo di conduzione.
Angela, inattendibile. Carla, il nome da mettere in riga. Francesca, il nome da cui partire. Alberto, con gli occhi buoni.
E’ tanto che cammini, e non senti male ai piedi.
Treni, aerei, macchine, come fossero bicchieri d’acqua.
L’america e questa vita di cui non ci si può lamentare.

Sento tutto dentro.
Ho bisogno di tirare fuori tutto.

Dimmi di si.
Sarà un viaggio indolore, tra le parole.
Sarà un viaggio, te lo prometto.

Io e Jacob. Quattro anni senza parlare.

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C’è sempre stata, in questa vita, l’ombra di uomo.

Si chiamava Jacob Lewinski.
Ed era mio nonno.

Era del ’36, gli anni poco precedenti alla guerra che spaccò in mille pezzi il mondo, da una parte i paesi dell’asse, e dall’altra i paesi alleati svegliavano la città al suono delle bombe. il nonno aveva solo tre anni.
A ventitre anni ebbe mia madre. Io non l’ho mai conosciuto.

Avevo sentito dire a scuola che tutti i bambini ne avevano uno. “E’ morto” mi avevano detto durante il pranzo della domenica quando chiesi dove fosse il mio.
“E’ morto” avevano detto, ed era lì che era partita tutta la magia, si, perchè c’è un segreto che devo confessarvi: ogni tanto io ci ho parlato, con Jacob.
Ho iniziato quando avevo sette anni, avevo pochi amici, e giocavo spesso da solo perchè le mie sorelle più grandi erano impegnate a crescere.
Un sabato pomeriggio decisi che parlarci ogni tanto sarebbe stato un buon modo per riportarlo in vita, decisi anche che sarebbe stato sicuramente un ottimo confidente vista l’evidente impossibilità di spettegolare, e infine pensai che era l’unica occasione che avrei avuto per avere anche io il nonno che mi spettava.

Ieri ero un bambino, e oggi sono circa quattro anni che non ci parlo più.
E stasera, avrei tremendamente bisogno di raccontargli come vanno le cose.
Avrei tremendamente bisogno di raccontargli i miei progressi, i miei regressi, e le cose che mi fanno stare male.
Vorrei raccontargli quanto sono bravo ad allontanare le persone a cui voglio bene. Vorrei raccontargli quanto sono bravo anche nel capire quando è giusto allontanare le persone a cui voglio bene.
Avrei tremendamente bisogno di qualche risposta.
Saprei per certo anche i toni da usare, nonostante sarei chiuso in un bagno, e nonostante starei parlando sottovoce.

Vorrei raccontargli di dove sono, e cosa ho fatto in questi anni in cui ho avuto poco tempo da dedicargli. Di come ci sono arrivato, e di tutte le volte che mi sono sentito male, di tutte le volte che mi si è stretto lo stomaco, e avrei voluto tremendamente che ci fosse.
Vorrei dirgli che adesso va un pò male. Ma che sono sicuro che presto andrà bene, anche parlassi senza tutta quella convinzione che servirebbe per crederci solo un pò.
E avrei tremendamente bisogno di una risposta. Di una via illuminata, di un abbraccio caldo, di una manica lunga per asciugarmi.

Vorrei, e vorrei, e vorrei altre cose ancora. Ma ho appena ricordato che un sabato di quattro anni fa ho smesso di parlarci perchè sono cresciuto. E ho conosciuto la realtà delle cose.
Un sabato di quattro anni fa ho fatto i conti col cinismo, e ho cominciato a iniettarmelo nei giorni, piano, per digerire le dosi.

E nulla, il nonno Jacob non c’è più. E’ morto, mi hanno detto durante il pranzo della domenica. Avevo diec’anni.
E adesso ne ho tremendamente bisogno.
Come mai avrei creduto.

E’ morto, hanno detto.
Ma io non voglio starci, e oggi la sfido, la morte.
Torno indietro nel tempo. Torno indietro al pranzo della domenica e metto da parte il cinismo. Ricordo.

E forse, oggi, con Jacob, ci parlo lo stesso.

La nostra volta buona

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C’è stato un tempo dove io e te ridevamo, te lo ricordi? Eravamo bambini, in una stanza con le pareti verde spento e la carta da parati un po’ vecchia, piegata dai segni del tempo, vecchia come quel civico disparo di Via Azzarita, e quella rotonda con quell’albero triste piantato al centro, dimenticato da Dio.
Gli infissi delle porte continuavano a spiarci senza parlare, come avevano già fatto con l’amore che era passato di lì parecchi anni prima di noi.
Ridevamo aspettando che qualcuno mi venisse a prendere. Ridevamo, mentre io speravo che mio padre facesse tardi, e tu non te ne accorgevi mai.
Saltavamo su quel letto appoggiato al muro dal lato destro coperto da un lenzuolo pesante a fiori, e tua nonna non c’era, e tua madre ci lasciava stare.
I quadri alle pareti erano quelli di una casa importante, e i tuoi occhi belli erano quelli di una bambina a cui mancava un pezzo.

C’era l’estate, e l’innocenza di certi giorni di sole.
C’eravamo noi, inconsapevoli e liberi.
C’era il nome tuo, bello da morire, e tu che mi guardavi, che mi sembra adesso.
C’era il tempo che scorreva, e ora?

Ora c’è un caffè sul fuoco, o una birra in una caraffa. Ci sono i giorni che ce la fanno sotto il naso, passando molto più lenti di tutti questi anni che ci hanno separato.
Ci siamo noi che siamo lontani e la mia paura fottuta e così poco motivata di non essere in tempo, per scoprire cosa poteva succedere.
C’è Settembre che si sta preparando, e Ottobre che si tiene pronto. E io che lascio andare le cose secondo un filo già scritto.
Tu ci credi ai destini? Dimmi di no, e aspettami, allietami l’attesa e le paure, e poi cambia idea, arriccia quelle sopracciglia, e spiegami cosa c’è dietro questo ritrovarsi.

Magari resteremo a mezz’aria a ricordare, per poi perderci di nuovo per i prossimi vent’anni, o forse ci sarà il sole perfetto delle sei, e io che lascerò andare di nuovo le cose come devono andare, senza forzare, che vorrei vederti ridere ancora, come in quella casa con le pareti verdi e stanche.
Vorrei saltarci ancora su quel letto, su e giù fino a fermarci sfiniti e accorgerci che ci stiamo guardando. Sentirsi osservati da quegli occhi cresciuti, trovarsi di nuovo bambini negli incastri perfetti di una vita che in questi anni non è stata poi così clemente, e che adesso, forse, ha scelto noi per farsi perdonare.

Il gioco è questo da un’eternità, e dicono che bisogna solo vedere se valga la candela.
E nulla, ero venuto a dirti che io ho portato l’accendino per non farmi trovare impreparato, che non si sa mai. Ero venuto a dirti che più di tutto mi piaceva l’idea di vedere come va a finire, e che quindi ho pensato che magari ti andava di scoprirlo insieme.

Ti va?
Che oh, non si sa mai.
Magari è la nostra volta buona.

 

Le margherite, di mercoledì.

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Quel fiore sull’orecchio. Lo portavi il mercoledì, me lo ricordo.
Il giorno mediano della settimana, quello giusto per mettere in fila le cose, il giorno libero.
La mattina presto aggiustavi i capelli e lo poggiavi lì, nel punto esatto tra l’ascoltare e la confusione dell’aver ascoltato, e speravi che bastasse una margherita bianca a risolvere quella confusione di baci regalati e mani sfiorate solo e soltanto per il bisogno di appartenere.
La luce tagliava gli angoli di quella stanza in quella casa con le pareti vecchie ma riverniciate col tuo colore preferito, e tu ridevi, perché il mercoledì tutto andava bene, e niente poteva succedere, e anche se fosse successo avremmo trovato il modo giusto di uscirne, e la soluzione sarebbe stata semplice, senza intoppi.
 
Poi gli anni hanno deciso di passare svelti, come nessun’altra serie di anni in tutta la storia del mondo, e siamo finiti in questa altalena di sole e pioggia dove facciamo fatica a mantenere gli occhi aperti mentre ci assalgono le vertigini.
Abbiamo preso il toro per le corna, e gli abbiamo dato filo da torcere ballando su questo tempo bastardo, ci siamo dimenticati di noi che facevamo l’amore, e ci siamo ricordati di quei due ragazzini che ridevano complici sotto agli sguardi assordanti durante il pranzo della domenica, a casa dei tuoi.
Abbiamo mandato a fanculo le storie perfette, e desiderato di avere un figlio.
Ci siamo messi seduti di peso su questa vita che ci ha messo l’uno di fronte all’altro, ha tirato giù i muri dell’indifferenza, e poi non ha mantenuto le promesse.
 
Abbiamo deciso che era tutto bellissimo. E lo era davvero.
 
Fino a che non abbiamo scoperto che anche le margherite appassiscono. Ed era mercoledì. E non abbiamo potuto farci niente.

16:28

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il silenzio. Una maglietta bianca, tesa in un letto.
Il rumore di un pennarello che corre su un panno di stoffa, a liberare le idee.
Una felpa nera.
Un pomeriggio stanco, e finito. Calmo. Niente parole, solo luci che disegnano le ombre possibili delle quattro del pomeriggio.
Un ramo, con delle lanterne appese. Fili che scendono, e candele profumate, ancora spente.

Una sedia, dei vestiti le coprono lo schienale dove nessuno è poggiato. Dove nessuno si poggia mai perché quella sedia indica concentrazione, indica la sporgenza in avanti della schiena trainata dai pensieri.
Le ginocchia incrociate, e le dita strette al pennarello. Le mani sporche di inchiostro. L’indice sollevato nel momento di dover essere più precisi. Lo sguardo verso il basso. Il drappo rosso.
La tela che prende forma. Servirà a coprire il disastro delle cose vecchie, accatastate in un angolo. Generare il nuovo, per tenere al buio il vecchio.
Dita lunghe, e i baffi mossi dal respiro lento.

Disegna, e suona questo pianoforte il più violentemente possibile.
Dimenati su quella sedia nera, lascia andare. Butta fuori. Esplodi. Riecheggia in quelle smorfie. Che tu sei tutto e più di questo. Esprimi.
Poi torna in te. Con quegli angoli un pò rotti, che lasceremo così.
E sorridi. Forte.

Poi respira.
Sono qui di fianco, è tutto ok. Abbracciami.

Il mio lato positivo, sei tu.

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(Questo è un articolo “ascolta e leggi”)

Nella scena migliore, ci sono io con te. E partirei a raccontare dalla fine, anche se questo viaggio ha una storia lunga un secolo, nonostante io non sia così vecchio. O lunga come un filo.. di Arianna. Non so minimamente cosa mi abbia spinto fino a qui, ma me ne accorgo. Il cambiamento è inevitabile. E le scelte sono necessarie. Poi il destino ci fa il ricamo intorno. Cosa significa ritrovarsi qui? Forse un milione di cose, che non mi chiederò mai, o che forse mi chiederò sempre e a cui non saprò dare una risposta. E molto probabilmente giungerò alla conclusione che va bene così, lo stesso. Perchè la somma di questa operazione scritta da qualcuno che non sente dolore alle mani, siamo noi. E noi siamo un sacco di cose, adesso. Siamo quello di cui ho bisogno. Sono io.  L’equilibrio, il pensiero, l’attesa. La tranquillità della mattina presto. Non ti vedevo, ti avevo addirittura perso. Poi ti ho cercato, e ti ho visto a passi lenti. Poi ho desiderato. E adesso sto entrando in acqua, un passo alla volta, che è fredda. Anche se comunque è la velocità della luce. E allora balla con me, su questo tempo lontano, senza la precisione nei passi, coi capelli spettinati. E lasciati rincorrere, una notte, mentre mi odi, e io ti dirò che ti amo, anche se sono pieno di paura. E fammi sentire che tutto quel disastro è servito per arrivare qui, fino a te, e essere felice.

E abbracciami, mentre è natale, e non abbiamo biosgno di nient’altro, se non di noi, e di questa felicità.