Le margherite, di mercoledì.

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Quel fiore sull’orecchio. Lo portavi il mercoledì, me lo ricordo.
Il giorno mediano della settimana, quello giusto per mettere in fila le cose, il giorno libero.
La mattina presto aggiustavi i capelli e lo poggiavi lì, nel punto esatto tra l’ascoltare e la confusione dell’aver ascoltato, e speravi che bastasse una margherita bianca a risolvere quella confusione di baci regalati e mani sfiorate solo e soltanto per il bisogno di appartenere.
La luce tagliava gli angoli di quella stanza in quella casa con le pareti vecchie ma riverniciate col tuo colore preferito, e tu ridevi, perché il mercoledì tutto andava bene, e niente poteva succedere, e anche se fosse successo avremmo trovato il modo giusto di uscirne, e la soluzione sarebbe stata semplice, senza intoppi.
 
Poi gli anni hanno deciso di passare svelti, come nessun’altra serie di anni in tutta la storia del mondo, e siamo finiti in questa altalena di sole e pioggia dove facciamo fatica a mantenere gli occhi aperti mentre ci assalgono le vertigini.
Abbiamo preso il toro per le corna, e gli abbiamo dato filo da torcere ballando su questo tempo bastardo, ci siamo dimenticati di noi che facevamo l’amore, e ci siamo ricordati di quei due ragazzini che ridevano complici sotto agli sguardi assordanti durante il pranzo della domenica, a casa dei tuoi.
Abbiamo mandato a fanculo le storie perfette, e desiderato di avere un figlio.
Ci siamo messi seduti di peso su questa vita che ci ha messo l’uno di fronte all’altro, ha tirato giù i muri dell’indifferenza, e poi non ha mantenuto le promesse.
 
Abbiamo deciso che era tutto bellissimo. E lo era davvero.
 
Fino a che non abbiamo scoperto che anche le margherite appassiscono. Ed era mercoledì. E non abbiamo potuto farci niente.
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Testamento del dolore.

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Suona il telefono. Apro il messaggio. E le tue parole si fermano negli occhi miei, con l’amore di una madre. Suona di nuovo, e gli occhi si riempiono ancora, con le parole di un padre, e della forza di due donne che, di dolore, ne hanno visto un pò. Sono convinto che per passare dal dolore forte, alla felicità, passi un traghetto che fa tragitti impossibili e stretti, e oltretutto, sono convinto che passi di rado, quel paio di volte all’anno, che bastano per far salire tutti. Sento la solitudine far parte dei giorni. E la distanza, togliermi le forze. Ma poi suona il telefono, e sento che è un pò meno doloroso, perchè c’è chi deve esserci. Ed io adesso, devo imparare ad esserci per me stesso.
Finalmente ieri ho pianto, un pò, nel posto sbagliato. Mi si è stretto lo stomaco. Sono andato a letto senza cena, e senza fame. Sono vicino al fondo che spero di toccare, ci sono quasi. Sto tendendo il braccio il più possibile, come quando il telecomando è dall’altra parte del divano. Non vedo l’ora di esserci dentro, e riuscire a razionalizzare. A vedere quali sono le strade. Perchè adesso è tutto difficile, ma posso giurarvi che sto lottando. A modo mio, magari. Ma ce la sto mettendo tutta. Me lo devo.
Vorrei la mia casa, i miei amici, le mie giornate. Più di ogni cosa. Vorrei che si capisse chi sono, una volta per tutte. E che il buono, spesso, non è chi piange. Vorrei tante cose ora, ma più di tutti voglio me. E alla fine mi prendo, me lo sento. Lo spero.
E che le parole non mi lascino solo proprio adesso, vi prego. Se dovesse succedere, che qualcuno lo impedisca. Che io non ho più forza se non per trascinarmi avanti. Ho bisogno di dire, di raccontare, di spiegare, di premere lettere e formare pensieri. Scrivere mi salva, e adesso, ho tremendamente bisogno di essere salvato.
Sto cadendo a terra. E quando ci sarò del tutto, suonate un pianoforte, perchè mi starò rialzando.
Grazie, senza alcun senso, che quando si è stanchi si è buoni col mondo. E grazie ancora, infinite volte, per gli abbracci a cui sto ripensando. Che vorrei sentire adesso.
Non mollo. Cado. Ma solo per rialzarmi.

“A riveder le stelle”

Le farfalle sono tornate.

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E mi succede che è ottobre, e mi sciolgo, di fronte a te. Di fronte a tutto quello che sento, e che mi spaventa.
Mi succede che ho un nodo allo stomaco, se non torni, o se torni tardi, e non riesco a mangiare, io, che di solito mangio per due, anche se non sembra. Mi succede che la mattina cerco il caffè disperatamente, perchè la notte non dormo, e penso a come sarebbe, o a come sarebbe stato. Mi succede che ti vedo, mentre mi avvicino, per darti quel bacio, e tu non vorresti mai andartene. Mi succede che le mie farfalle erano andate a farsi un giro, e avevo una paura fottuta che si fossero dimenticate le chiavi di casa. Cominciavo addirittura a pensare che non avessero lasciato nemmeno una finestra aperta per un eventuale occasione. E allora mi è cominciato tutto un viaggio, di quelli pieni d’ansia, col respiro corto. Fino a che poi mi sono abituato all’idea, e l’ho accetata: niente più farfalle. Ma se non altro avevo risparmiato i soldi dell’insetticida. E poi, invece, suona la porta. Ho guardato dallo spioncino, e non ho aperto subito, volevo farmi trovare pronto, bello. Poi ho girato la maniglia piano, ho spalancato lentamente. E c’eri tu con un sacco pieno di te e un mucchio di farfalle che battevano le ali, felici di sentirsi di nuovo a casa. Ho dovuto sorridere, perchè ci avevo rinunciato, ma ci speravo ancora. Ho dovuto sorridere, perchè non mi sembrava vero. E nulla, non so per quanto ancora resteranno, ma le farfalle sono tornate. Ora però, non riesco più a piangere.

La smetto. Ma tu resta.

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Me ne sto accorgendo. Disegno linee lunghissime e poi mi ci infilo dentro, e ti trovo sempre. E’ come se tutto fosse subordinato a qualcosa che non ho scelto di non comandare. E’ come appartenersi, essere cresciuti insieme e però essersi scoperti a vent’anni. In realtà di te mi manca l’idea, e allora volevo dirti che non torno. Me ne sto qui. Così mi tolgo subito il dente. Ci sono mille motivi oltretutto, il primo è che devo smetterla di comportarmi così, il secondo è che devo smetterla di farti sentire così, il terzo è che devo smetterla e basta. E allora oggi ho deciso, e mi sento abbastanza sicuro, non torno.

Che poi mi conosco e sò già che magari ci ripenso altre mille volte, ma ti giuro che non te lo dico. Per te la versione ufficiale è che non torno. Che puoi parlarmi, e cercarmi e dirmi della tua vita e io della mia, ma basta. Smettiamola. Che è il caso di cominciare a guardarci, il caso di cominciare a tenere a noi due, ma sul serio. E l’unico modo per farlo è smetterla.

E io voglio riderci, mentre ricordiamo di quanto eravamo patetici in tutta quella sincerità, in tutte quelle mattine di cornetti e bicchieri vuoti, di spremute non bevute. Mi mancherà tutto, e vedi? già ci sto ripensando, ma è solo colpa del mio essere un eterno cagone attaccato ai ricordi. E’ qui il perchè ho deciso di non tornare. Devo cominciare a smetterla di farmi condizionare dai ricordi. Anche se quelli dove ci siamo noi hanno le luci belle del mattino e sono così hipster e malinconici che mi taglierei i polsi per riviverle. O comunque dai ricordi non mi staccherò mai, credo sia tardi, in generale, ma devo cominciare a prenderli in maniera diversa, ecco. E allora la smetto. Promesso.

Però tu promettimi anche che quelle mattine le vivremo ancora, con altri occhi, e altri colori. E che cercheremo parole nuove per dirci quanto siamo belli, anche se non ci amiamo, o anche se ci amiamo e non vogliamo dircelo. Io, di mio, prometto che non vorrò più baci, e che cercherò solo sguardi e mani per capirti, e dirti che io ci sono, anche dal posto più lontano del mondo. Perchè sei tu, e poche cose sono così belle.

Sei qui, ogni volta, e non è mai stata una bugia. Ma devo smetterla, e comincio da qui. Che avevamo ragione entrambi: i sentimenti li senti nello stomaco, ma essere razionali aiuta un casino.

Metti su il caffè, sto arrivando per due chiacchiere.

Alda, mi manchi. Volevo dirti che ho perso la maschera.

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Mi è caduta la maschera e l’ho persa. E tu dici, raccoglila, parli facile tu. Se solo l’avessi persa in una stanza senza comodini potrei, è vero, ma è che l’ho persa mentre viaggiavo, e si sà, le stanze dei viaggi sono sempre troppo grandi per ritrovare qualcosa, è per questo che ricordiamo e basta. E allora adesso sono io, che non ho altra scelta. E mi piaccio. Sono bello, e forse lo ero anche prima. Anche un pò brutto in realtà, che prendere cura è una cosa che devo e non che scelgo, ahimè, e adesso che scanso gli atteggiamenti mi sento un’altro da me. Mi guardo da fuori, e sono bello quando rido, e quando ti dico che sei mia, e brutto quando mi perdo, quando evito, quando ho paura. Ma ho smesso di preoccuparmi anche di questo, che essere belli o brutti dovrebbe essere un chissenefrega scritto col pennarello a punta grossa su tutti i postit del mondo. Che magari adesso ho perso la maschera, e ricordo anche il momento, e non la cerco lo stesso, che così mi va bene. Si ok, dovrei farmi la barba magari, ma posso sempre farla. E comunque ho perso la maschera, e gli altri adesso diranno quello che vogliono, ma almeno lo diranno su quello che c’è, e non su quello che non c’è. Che come dice la buon vecchia Alda, “il mondo può rifarsi”. E allora, se può farlo lui, lo faccio anche io. Vediamo cosa ne esce.

“Ecco un bianco scenario
per tratteggiarvi l’accompagnamento
degli oggetti di sfondo che pur vivono.
non ne sarò l’artefice impaziente.
Berrò alle coppe della nostalgia,
avrò preteso d’ozio nelle lacrime…
perché non mi ribello alla natura:
la mia lentezza li esaspera…
La mia lentezza? No, la mia fiducia.
Per adesso è deserto.
Il mondo può rifarsi senza me,
E intanto gli altri mi denigreranno”