Il potere delle lenticchie

Standard

Guardavo la luce che c’è in questa sala d’aspetto. Mi fà un pò pensare a te. E si, lo sò, non è il più bel complimento del mondo, ma fammi finire. Sono esattamente seduto, con le gambe stese e i piedi incrociati. Le braccia anche sono stese e le dita anche sono incrociate, come se le mani volessero abbracciarsi. Mi guardavo intorno, e proprio quando mi sono fermato sulle mani – che mi sembravano si stessero abbracciando – ti ho pensato. Ho pensato al motivo per cui sono seduto qui e ho deciso che per passare il tempo e togliere un pò di tensione avrei elencato automaticamente le persone che avrei voluto fossero qui a dirmi che andrà tutto bene. E niente, mi sei venuta in mente tu e un pò di cose.
Ho pensato a quello che contengono gli ospedali come questo: pianti, e un pò d’amore. Quindi ho pensato che anche noi siamo come questo ospedale, in fondo.
Siamo tutte le volte che sorridi e anche tutte le volte che mi guardi e scende tipo un silenzio. Siamo tutte le volte che io mi arrabbio e poi faccio finta che non esisti, perché ogni tanto sono un pò stupido, siamo tutte le volte che non mi dici quello che vorresti dirmi, e io però lo sò già. Siamo i tuoi problemi, e le mie soluzioni sempre troppo facili. Siamo tu che usi gli occhi e io le mani, per parlare, niente bocche.

E quindi nulla, pensavo che siamo come questo ospedale dove al terzo piano forse si sta fermando un cuore, e allo stesso momento al secondo forse ne sta cominciando un altro. Praticamente due cose nello stesso posto allo stesso momento con lo stesso inizio e la stessa fine.

Se fossi qui, adesso io fermerei il tizio con il carrello della cena alzando il braccio, per chiedergli sottovoce due di quei piatti con le lenticchie fumanti, tu rideresti tantissimo, e ti copriresti il viso con le mani,
poi mangeremmo lì seduti, a terra uno di fronte all’altra, nel vuoto della corsia dodici con le gambe incrociate a ridere ancora un pò di quella piccola follia, tireremmo fuori qualche discorso leggero e qualche sorriso ogni tanto, ci diremmo che andrà tutto bene abbassando il tono della voce e staremmo lì, ad essere sicuri che non servirebbe nient’altro, tranne noi e una notte lenta, dove aspettare piano l’ora giusta per tornare verso casa.

E poi?

E poi riuscire ad esserci.

 

Annunci

Dammi le mani.

Standard

https://www.youtube.com/watch?v=8vzSk3VkR1k

Appariva la luce del mattino presto, timida e indispensabile. Le finestre si lasciavano scaldare dal suo tepore, abbracciando e restituendo all’aria i raggi, nei riflessi degli ultimi giorni d’agosto.
Il mondo si svegliava e mi svegliavo io. E mentre il primo si preparava ad aprire bottega, io lasciavo apparire il ricordo di te, in quegli occhi cosi fondi da non vederne la fine.
Lasciavo che tornassero le immagini dei nostri sorrisi insieme, a darmi dolore.
Accoglievo il sapore sgradevole di una sveglia di buon ora, e delle tue parole forti, come coltelli spinti nella carne con l’esatta dolcezza del tuo sapermi far del male. E però sorridevo di voglia di sorridere. Riflettevo sulla differenza tra il “sempre”, e il “mai” e mi dicevo che appena arriverò ad una conclusione esaustiva vorrei spiegartela, un giorno, mentre siamo seduti l’uno di fronte all’altra, per colpa di un gioco stupido e bellissimo.

Poi gridavano forte le tue accuse nella mia testa, e rimbombava l’eco dei tuoi lamenti per la vita che non ho mai saputo darti. Per la donna che non ti ho mai fatto sentire di poter essere.
Per l’amore in cui non ti ho mai fatto credere.
Faceva il rumore della terra che crolla, il mio andarmene e tornare, e adesso fa rumore anche dimenticarsi. Fa rumore mettere in ordine i pezzi.
Fa male alle vene sputarsi addosso la promessa di lasciarsi andare per sempre.

E domani conteranno tanto i motivi di questa lotta stanca, conteranno molto le parole che ci siamo detti. Il male che ci siamo fatti. Conteranno gli altri anni ammucchiati, che da questo secondo in poi scorreranno più veloci di un respiro fatto a metà.
Conterà più di tutto il tempo, e me, e il mio piatto di pasta per celiaci.
Conterà imparare a convivere con quello che siamo stati.
Servirà fare del mio meglio per cominciare a fare le cose nel modo giusto.
Servirà guardarsi, e pregare questo vento di non portarti lontano. ( Magari in qualche altra cucina).
Servirà tutta questa voglia di crescere davvero, che si, certo, come ho fatto a non pensarci prima:
Chi ti ha tenuto stretto lo ricorderai sempre, ma solo chi non ti ha lasciato andare non lo dimenticherai mai.
Sta tutto qui.

 

Francesca dimmi di sì.

Standard

Londra brucia.
John Butler e una chitarra.
Io fermo, il vento, il tramonto che arriva nelle sere d’estate.
Gli alberi verdi chiaro, e verde scuro nelle fronde più alte.
Luglio, e le luci di questo cielo con le nuvole strappate.
Una storia incredibile: una donna, dei genitori che non sono i suoi ma poi si.
Un giornale, con una casa che va a fuoco. La scoperta. La ricerca. Il viaggio. I tasselli che si compiono, si incastrano. Minuscoli traguardi che insieme formano grandi traguardi.
Occhi. Abbracci. Una voce.
Cose difficili da spiegare.
Parole mai dette, che escono come un fiume senza argini quando ti vedo.
Domande, che aspettano risposte.
Un matrimonio in arrivo. Un figlio cercato. Un fratello scomparso. Un amore immenso.
Anni persi, nel tempo che non è mai perso.
Il 1986, anno terrificante.
Un senso logico. Un filo di conduzione.
Angela, inattendibile. Carla, il nome da mettere in riga. Francesca, il nome da cui partire. Alberto, con gli occhi buoni.
E’ tanto che cammini, e non senti male ai piedi.
Treni, aerei, macchine, come fossero bicchieri d’acqua.
L’america e questa vita di cui non ci si può lamentare.

Sento tutto dentro.
Ho bisogno di tirare fuori tutto.

Dimmi di si.
Sarà un viaggio indolore, tra le parole.
Sarà un viaggio, te lo prometto.

Io e Jacob. Quattro anni senza parlare.

Standard

C’è sempre stata, in questa vita, l’ombra di uomo.

Si chiamava Jacob Lewinski.
Ed era mio nonno.

Era del ’36, gli anni poco precedenti alla guerra che spaccò in mille pezzi il mondo, da una parte i paesi dell’asse, e dall’altra i paesi alleati svegliavano la città al suono delle bombe. il nonno aveva solo tre anni.
A ventitre anni ebbe mia madre. Io non l’ho mai conosciuto.

Avevo sentito dire a scuola che tutti i bambini ne avevano uno. “E’ morto” mi avevano detto durante il pranzo della domenica quando chiesi dove fosse il mio.
“E’ morto” avevano detto, ed era lì che era partita tutta la magia, si, perchè c’è un segreto che devo confessarvi: ogni tanto io ci ho parlato, con Jacob.
Ho iniziato quando avevo sette anni, avevo pochi amici, e giocavo spesso da solo perchè le mie sorelle più grandi erano impegnate a crescere.
Un sabato pomeriggio decisi che parlarci ogni tanto sarebbe stato un buon modo per riportarlo in vita, decisi anche che sarebbe stato sicuramente un ottimo confidente vista l’evidente impossibilità di spettegolare, e infine pensai che era l’unica occasione che avrei avuto per avere anche io il nonno che mi spettava.

Ieri ero un bambino, e oggi sono circa quattro anni che non ci parlo più.
E stasera, avrei tremendamente bisogno di raccontargli come vanno le cose.
Avrei tremendamente bisogno di raccontargli i miei progressi, i miei regressi, e le cose che mi fanno stare male.
Vorrei raccontargli quanto sono bravo ad allontanare le persone a cui voglio bene. Vorrei raccontargli quanto sono bravo anche nel capire quando è giusto allontanare le persone a cui voglio bene.
Avrei tremendamente bisogno di qualche risposta.
Saprei per certo anche i toni da usare, nonostante sarei chiuso in un bagno, e nonostante starei parlando sottovoce.

Vorrei raccontargli di dove sono, e cosa ho fatto in questi anni in cui ho avuto poco tempo da dedicargli. Di come ci sono arrivato, e di tutte le volte che mi sono sentito male, di tutte le volte che mi si è stretto lo stomaco, e avrei voluto tremendamente che ci fosse.
Vorrei dirgli che adesso va un pò male. Ma che sono sicuro che presto andrà bene, anche parlassi senza tutta quella convinzione che servirebbe per crederci solo un pò.
E avrei tremendamente bisogno di una risposta. Di una via illuminata, di un abbraccio caldo, di una manica lunga per asciugarmi.

Vorrei, e vorrei, e vorrei altre cose ancora. Ma ho appena ricordato che un sabato di quattro anni fa ho smesso di parlarci perchè sono cresciuto. E ho conosciuto la realtà delle cose.
Un sabato di quattro anni fa ho fatto i conti col cinismo, e ho cominciato a iniettarmelo nei giorni, piano, per digerire le dosi.

E nulla, il nonno Jacob non c’è più. E’ morto, mi hanno detto durante il pranzo della domenica. Avevo diec’anni.
E adesso ne ho tremendamente bisogno.
Come mai avrei creduto.

E’ morto, hanno detto.
Ma io non voglio starci, e oggi la sfido, la morte.
Torno indietro nel tempo. Torno indietro al pranzo della domenica e metto da parte il cinismo. Ricordo.

E forse, oggi, con Jacob, ci parlo lo stesso.

Match Point.

Standard

Esistono dei punti. Credo questo.
Credo che esistano dei punti, in ogni tipo di relazione, dove bisogna fermarsi per capire, dove sei ancora in gioco, e devi scegliere come giocartela.
Credo che non sia tutto così scontato. Nemmeno un pò.

A un punto preciso del percorso, arriva sempre il conto. Il momento in cui ti sciogli la tensione sul collo, liberi le braccia, e saltelli sulle gambe come a scacciare il tremolio.
In questa vita, esistono dei match point, dei punti di definizione delle cose, anche poco razionali a volte, dove ti accorgi solo dopo aver giocato se hai vinto o hai perso. E quella partita finisce li. Dopo il match point perso, non puoi rigiocarla. Diventa una storia a sè.
E ne arriverà un altra, e un altra ancora, dove dovrai essere forte, o forse dove dovrai solo lasciare andare le cose dove devono andare. Accettare. Giocartela, ma accettare. E non arrendersi, perché la gloria è sempre in palio, e l’amore non smette mai di farsi inseguire.

Ora sto contando i miei match point, le volte nelle quali ce l’ho fatta sono molte di meno di quelle in cui ho perso, ma sono ancora qui. Magari un pò stanco, non molto fresco, ma ci sta, è il gioco che lo chiede.

Per certi versi, questa è una conta anche molto straziante. Ma sono ancora in piedi, pronto per il prossimo match point.

Senza vendetta e con la solita calma che non posso staccarmi di dosso, aspetto la mia rivincita.

Arriverà, arriverai. E sarò pronto.

Come in un film di Almodòvar.

Standard

Il silenzio di un viaggio sul 32 barrato, questo sole tiepido che sbatte sui finestrini, e quel pianoforte nelle cuffie. La testa la poggio al vetro, guardo gli alberi alti che giocano con i raggi e mi illuminano il viso a tratti, e la luce mi cammina sopra agli occhi che si chiudono per riflesso.
Ovviamente ti penso, ché ultimamente è una cosatante bellissima e piena di domande sulle cui dipingo risposte incerte.

In queste cuffie, d’improvviso incalzano i violini. Salgono i toni, riempiono. Come questo andare dolce, come in un film di Almodòvar, sulle sedie rovinate di questo vecchio vagone lungo e pieno di odori mischiati, dove migliaia di mani si saranno cercate senza mai trovarsi, e dove milioni di occhi hanno incrociato gli sguardi di un amore che non viaggiava alla stessa velocità del destino.

Ci staresti bene tu, in questa scena. Ci starebbero bene le tue mani, strette alle mie dita. E i tuoi occhi, col mio destino, per misurarne le velocità.
Ci starebbe bene non dover scendere, e ci starebbe bene che la libertà di questo andare, e il tepore di questo aprile fossero infiniti.

E allora sono dentro ad un disegno perfetto, tendo le braccia e tiro su le spalle mentre stringo i pungi nella fessura del sedile di fronte. E respiro tutto, per non perdermi neanche un secondo di questo pensiero.

Ci staresti bene tu, adesso, nel posto vuoto qui davanti. Ché anche senza aver saputo chi sei, mi sarei fatto coraggio e ti avrei tappato gli occhi mentre leggevi un buon libro, e già ti vedo: avresti tirato su il collo stupita, senza aver paura di quel buio improvviso; avresti chiesto “chi sei?” stando al gioco, e io avrei risposto sussurando “sono l’uomo che si è appena innamorato di te”.
Avresti messo di corsa le tue mani sulle mie, e le avresti tirate giù rallentando il gesto mentre la tua smorfia si imbarazzava.
Senza voltarti avresti aspettato la fermata giusta per scendere, e io quella sbagliata per seguirti, per godere ancora di quell’amaro e dolce gusto del dubbio. Per godere ancora di più della scoperta, e al momento di girarsi  avresti usato il tuo sorriso migliore.

Mentre sta per finire la mia corsa, e esco piano dall’abbraccio di questo tepore, penso che ci starebbe bene un futuro insieme. Su questo tram semivuoto.
Che ci starebbe bene, si, ma senza capolinea.

 

 

Il mio lato positivo, sei tu.

Standard

(Questo è un articolo “ascolta e leggi”)

Nella scena migliore, ci sono io con te. E partirei a raccontare dalla fine, anche se questo viaggio ha una storia lunga un secolo, nonostante io non sia così vecchio. O lunga come un filo.. di Arianna. Non so minimamente cosa mi abbia spinto fino a qui, ma me ne accorgo. Il cambiamento è inevitabile. E le scelte sono necessarie. Poi il destino ci fa il ricamo intorno. Cosa significa ritrovarsi qui? Forse un milione di cose, che non mi chiederò mai, o che forse mi chiederò sempre e a cui non saprò dare una risposta. E molto probabilmente giungerò alla conclusione che va bene così, lo stesso. Perchè la somma di questa operazione scritta da qualcuno che non sente dolore alle mani, siamo noi. E noi siamo un sacco di cose, adesso. Siamo quello di cui ho bisogno. Sono io.  L’equilibrio, il pensiero, l’attesa. La tranquillità della mattina presto. Non ti vedevo, ti avevo addirittura perso. Poi ti ho cercato, e ti ho visto a passi lenti. Poi ho desiderato. E adesso sto entrando in acqua, un passo alla volta, che è fredda. Anche se comunque è la velocità della luce. E allora balla con me, su questo tempo lontano, senza la precisione nei passi, coi capelli spettinati. E lasciati rincorrere, una notte, mentre mi odi, e io ti dirò che ti amo, anche se sono pieno di paura. E fammi sentire che tutto quel disastro è servito per arrivare qui, fino a te, e essere felice.

E abbracciami, mentre è natale, e non abbiamo biosgno di nient’altro, se non di noi, e di questa felicità.