Paura e Masochismo nella mia testa

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Sono seduto nel posto di mezzo, al centro di una sala vuota, dove non posso fare altro che aspettare. Hanno chiuso le porte, e spento le luci, e mi hanno lasciato qui, senza troppe spiegazioni.

“Poi forse ti veniamo a riprendere” mi hanno detto.
Io non ho fatto un fiato e mi sono seduto.

Ho pensato volessero farmi una sorpresa, ho cominciato a immaginare lo scatto della porta che si apriva, l’eco che avrebbe riportato in quella stanza cosi grande. Ho pensato a chi o cosa (speravo un chi) sarebbe stata la mia sorpresa, mentre invece il tempo passava e non arrivava nessuno. Ho stilato una piccola lista delle persone che mi sarebbe piaciuto veder entrare, una primeggiava su tutte, altre addirittura erano impossibili.
Il tempo passava ancora, gli occhi cominciavano a fare fatica.
Ho cominciato a valutare l’eventualità che mi avessero lasciato lì e basta, che fosse una specie di abbandono, ma sono rimasto comunque al mio posto, ché l’idea della sorpresa non l’avevo dimenticata per niente, e non avrei voluto in nessun modo rovinarla, nel caso.

Stavo lì, tra mille cose che mi assalivano la testa, poi mi sono guardato, come faccio ogni tanto, e mi sono accorto che stavo per morire di speranza.
Ho guardato bene. Avevano fatto di me un aspirante al suicidio, mentre in realtà quella era un esecuzione bella e buona: mettere un uomo nelle condizioni di sperare, e non ricevere; Aspettare qualcosa che si avvicini a una sentenza che non arriva mai.

Mi è cominciato a salire un pò di prurito, ero agitato, mi guardavo intorno. Ho immaginato anche che ci fosse qualcuno che mi stesse osservando, che in quel buio qualcuno si stesse godendo lo spettacolo della speranza prima, dell’attesa poi e infine del terrore.
Ma non sono uno che molla facilmente il colpo, quindi ho chiuso gli occhi, ho fatto un respiro profondo, ho chiuso le spalle poggiando le mani sui braccioli della sedia e mi sono alzato in piedi, sono uscito dalla lunga fila di sedie accanto alla mia e ho raggiunto la porta a tastoni, ho toccato la maniglia sospirando di nuovo, pregando. Era aperta, non mi sembrava vero: dieci secondi prima ero il protagonista di un incubo e ora invece entrava un pò di luce dalla fessura, uno spicchio.

Il vero incubo – però – è arrivato dopo, quando sono uscito.

Ero fuori, e nessuno mi aveva fermato per uscire. Non mi aspettava nessuno.
Ho guardato la strada di fronte. Qualsiasi cosa sembrava ferma, inutile. Non ci credevo più. Non credevo più a niente. I rumori erano sordi, tutti.
Camminavo in mezzo alle persone, che per me erano diventate carta. La città, era carta.

Poi mi sono fermato in un angolo, mi sono stretto tra le braccia.
Ho contato su me stesso, mi sono detto molte cose, alcune me le ricordo ancora.
Ho ridotto ai minimi termini quell’interminabile disastro in cui mi ero trovato contro la mia volontà, e ho provato a fare qualcosa.
Ho slegato quell’abbraccio, e ho cercato di capire.
Ho cominciato a mettere me, prima delle mie paure.
Ho capito che era giusto camminare con lo sguardo alto, prima per me, e poi perché ero sicuro che le stesse persone che mi avevano messo li dentro a marcire, prima o poi le avrei incontrate, e mi avrebbero visto, e io non avrei nemmeno gridato vittoria. Gli avrei voluto addirittura bene, di nuovo.
Ho cominciato a cercare molto poco. Ho cominciato ad essere io l’oggetto della ricerca.
Ho cominciato a dare importanza, a scegliere.
Ho cominciato a decidere per cosa ne vale la pena.
Ho imparato a valutare, e non immaginare soltanto.

Ho incontrato degli occhi grandi, che fanno a botte con il mio ego, ogni tanto.
Non ho fatto promesse. Non ho voluto promesse. Ho lasciato al caso, e lascio al caso.
So quello che voglio ma non ho aspettative. Non aspetto più, non mi aspetto più.

– R(espiro). –

Però gli occhi grandi mi piacciono, e forse provo a guardarli. Forse solo a capirli. Mi piacerebbe anche del vino, se è per questo. Mi piacerebbe quello che il vino fa succedere, nel senso più largo.

E poi mi piaccio io, che ho ancora un pò di paura, ma che sò come dargli spago.
Mi piaccio io, che ho imparato piano a darmi tempo per guardare, che ho trovato la via di mezzo tra scegliere e l’essere scelto.

C’è un libro, che mi piace, in cui c’è scritto: “e lo sai, non lo so se ho più paura di innamorarmi ancora o di non innamorarmi più”

Bene.
Io invece ho scoperto che avere paura mi piace, e basta.

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Salvati.

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Oggi ho visto piangere una donna.
Tutto intorno c’era grigio, ed era la metà esatta di un pomeriggio svogliato.
Era vestita bene, l’avrebbe ammesso chiunque. Era vestita per l’occasione. Solo che poi l’occasione non è arrivata, e allora deve essersi sentita sola, in un vestito a fiori che non c’entrava più nulla.
Ho visto tremarle il mento, creare quelle fossette intermittenti che arrivano quando stai per smettere di farcela. Ha tenuto botta, sotto agli occhiali. Ha fatto due passi, ordinato un’aranciata, e si è messa seduta.
Ha portato a quell’incontro tutta la dignità che il mondo possa raccoglierle, e l’orgoglio fermo di una donna ferita.

Cercava degli occhi, anche sconosciuti. Cercava qualcuno che le chiedesse se andava tutto bene, qualcuno a cui avrebbe risposto di si in ogni caso, per stanchezza. La folla era presa dal calcio in Tv, lei ha chiesto timidamente se quel posto fosse libero, nell’angolo più lontano di tutti da quel frastuono da cui non poteva rifugiarsi. E lì ha dato due sorsi.
Poi probabilmente ci ha ripensato, e ha stretto al petto il portafogli ancora mezzo aperto, come se non desiderasse altro che abbracciare, o ancora di più essere abbracciata.
Il cielo ha fatto un arcobaleno. Che aveva smesso di piovere.
Lei non lo ha visto, era troppo impegnata a tenere le lacrime al loro posto.

Avrei voluto fare un milione di cose per farla ridere.
Avrei voluto chiederle perchè.
Avrei voluto trovare una soluzione.

Ma poi l’arcobaleno se n’è andato. Il sole ha fatto timidamente capolino, la sera ha chiesto permesso. E lei si è incamminata mentre nessuno la guardava, ed era tutte le cose del mondo: era un salice in inverno, la nebbia di mattina presto. Era l’asfalto bagnato dopo un temporale, era gli occhi di tuo padre che torna stanco da lavoro.

Salvati, ho pensato.
Salva quel pianto.
Non devono riuscirci.

Poi la malinconia si è portata via quegli spicci minuscoli di sole tiepido rimasti, mentre c’era ancora la guerra in ballo, e le lacrime erano affacciate.
Ha alzato poco la gonna per non inciampare, ha preso il ritmo dei passi e non l’ha data vinta al dolore.
Ha trattenuto il volto e quel peso grosso sul petto, sulle spalle.

Ce l’ha fatta, ho detto.
Salvati, pensavo ancora.
Salvati, e temevo che smentisse quella speranza.

Poi non ha più pianto.
E così, non l’ha data vinta al dolore.

Io e Jacob. Quattro anni senza parlare.

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C’è sempre stata, in questa vita, l’ombra di uomo.

Si chiamava Jacob Lewinski.
Ed era mio nonno.

Era del ’36, gli anni poco precedenti alla guerra che spaccò in mille pezzi il mondo, da una parte i paesi dell’asse, e dall’altra i paesi alleati svegliavano la città al suono delle bombe. il nonno aveva solo tre anni.
A ventitre anni ebbe mia madre. Io non l’ho mai conosciuto.

Avevo sentito dire a scuola che tutti i bambini ne avevano uno. “E’ morto” mi avevano detto durante il pranzo della domenica quando chiesi dove fosse il mio.
“E’ morto” avevano detto, ed era lì che era partita tutta la magia, si, perchè c’è un segreto che devo confessarvi: ogni tanto io ci ho parlato, con Jacob.
Ho iniziato quando avevo sette anni, avevo pochi amici, e giocavo spesso da solo perchè le mie sorelle più grandi erano impegnate a crescere.
Un sabato pomeriggio decisi che parlarci ogni tanto sarebbe stato un buon modo per riportarlo in vita, decisi anche che sarebbe stato sicuramente un ottimo confidente vista l’evidente impossibilità di spettegolare, e infine pensai che era l’unica occasione che avrei avuto per avere anche io il nonno che mi spettava.

Ieri ero un bambino, e oggi sono circa quattro anni che non ci parlo più.
E stasera, avrei tremendamente bisogno di raccontargli come vanno le cose.
Avrei tremendamente bisogno di raccontargli i miei progressi, i miei regressi, e le cose che mi fanno stare male.
Vorrei raccontargli quanto sono bravo ad allontanare le persone a cui voglio bene. Vorrei raccontargli quanto sono bravo anche nel capire quando è giusto allontanare le persone a cui voglio bene.
Avrei tremendamente bisogno di qualche risposta.
Saprei per certo anche i toni da usare, nonostante sarei chiuso in un bagno, e nonostante starei parlando sottovoce.

Vorrei raccontargli di dove sono, e cosa ho fatto in questi anni in cui ho avuto poco tempo da dedicargli. Di come ci sono arrivato, e di tutte le volte che mi sono sentito male, di tutte le volte che mi si è stretto lo stomaco, e avrei voluto tremendamente che ci fosse.
Vorrei dirgli che adesso va un pò male. Ma che sono sicuro che presto andrà bene, anche parlassi senza tutta quella convinzione che servirebbe per crederci solo un pò.
E avrei tremendamente bisogno di una risposta. Di una via illuminata, di un abbraccio caldo, di una manica lunga per asciugarmi.

Vorrei, e vorrei, e vorrei altre cose ancora. Ma ho appena ricordato che un sabato di quattro anni fa ho smesso di parlarci perchè sono cresciuto. E ho conosciuto la realtà delle cose.
Un sabato di quattro anni fa ho fatto i conti col cinismo, e ho cominciato a iniettarmelo nei giorni, piano, per digerire le dosi.

E nulla, il nonno Jacob non c’è più. E’ morto, mi hanno detto durante il pranzo della domenica. Avevo diec’anni.
E adesso ne ho tremendamente bisogno.
Come mai avrei creduto.

E’ morto, hanno detto.
Ma io non voglio starci, e oggi la sfido, la morte.
Torno indietro nel tempo. Torno indietro al pranzo della domenica e metto da parte il cinismo. Ricordo.

E forse, oggi, con Jacob, ci parlo lo stesso.

L’amore è sordo, non cieco.

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Era ferma sul divano, con la tazza del tè in mano e lo sguardo nel vuoto. Perché in realtà l’amore finisce, quando non vuoi magari, o quando non te lo aspetti forse, ma è la fisiologia a dirlo, e anche un pò la statistica. E non potete farci niente. Come? Probabilmente il come è chiuso nel momento stesso in cui succede, ma è solo fantasia la mia, non lo sò come succede la fine, però sò che io me lo sono immaginato come una grande pinza, tipo quella delle macchinette acchiappa peluche, che mentre sei a via condotti a fare shopping mano nella mano e pensi che forse ti è finito l’amore ti pesca, per la testa oltretutto, e prima ti scuote un pò per vedere qualche goccia è rimasta, se è solo un errore di pensiero, ti mette in controluce come si fà con le bottiglie dell’olio, e poi se è finito sul serio stringe la presa e ti porta via, sul divano, mentre ti vola la giacca. Così. Perchè a dire il vero sarebbe giusto. Allontanarsi all’istante, subito. Mentre maledicevi il caldo e il periodo dei saldi. E non stare lì a trascinare i cuori molli, non siamo mica dei buoi noi, non abbiamo mica la patente per i carri che portano gli amori morti. In ogni caso, il suo era così morto che il divano non era bastato a impreziosire la scena, e allora ci mise del il silenzio e del thè verde, cinese. Quello col retrogusto di castagna. Forte come il retrogusto degli ultimi baci che aveva dato, prima che arrivasse quell’enorme pinza a tirarla via. Gli aveva anche fatto un pò male alle orecchie, tanto che quando la pinza mollò la presa, e fù libera da quel casco di metallo, gli venne da sgranchire le mascelle e da farci quel giochino con i mignoli. E quell’aprire e chiudere la bocca e quel su e giu velocissimo col mignolo non bastarono molto, infatti il mal di orecchie gli restò per un pò, e per tutto quel pò non sentì più nulla. Nemmeno l’amore, nemmeno le parole e nemmeno la musica. Per l’amore e le parole si preoccupò parecchio, quasi subito, e per la musica invece molto meno, fù il male minore, perchè le aveva contate, e quella era la delusione numero 187. Si, avete letto bene. Voglio dire, è un bel numero, è quasi 190, che è quasi 200. E allora la musica non gli serviva più così tanto, non la preoccupava perchè si era innamorata così tante volte, che alla fine, non erano rimaste più canzoni da dedicarle. Da quel giorno cominciò a dire in giro che il proverbio era una cazzata, e che l’autore era uno così coglione che probabilmente aveva amato un numero di volte che era quasi 1, e che quindi era molto meno di un dilettante. Perchè in realtà l’amore era sordo, e non cieco.

IN QUESTA VITA CI SI INNAMORA SUL 23.

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Oggi l’autobus è già passato, e tu non ci sei.

Ti sei strofinata un pò gli occhi, perchè il sonno gioca brutto quando è mattina presto e il sole non è sole, ma solo luce. Ti sei persa nella confusione di quella borsa grande, dove il biglietto è difficile da trovare, ogni volta. Hai indossato il maglione che ti piace tanto, quello morbido, blu, che profuma di pultio. Me ne sono accorto quella volta che mi sono fatto coraggio e mi sono seduto affianco.

Oggi l’autobus è arrivato in tempo, e ti ha portata via, mentre ti sbrigavi e incespicavi nel sonno. Queste mattine di svogliatezza e calma dove ti sposti sempre i capelli dal viso. Mi piacciono, queste mattine. Come mi piacciono le mattine in cui ci troviamo da soli, e c’è il sole, e fa fresco, e stringi le spalle.

Oggi mi sono seduto. Aspettavo. Sono arrivato mentre tu te ne stavi andando.

Oggi non ho fatto in tempo. Come le altre volte in cui la sera vado a letto tardi e la mattina mi accorgo che “oddio, devo sbrigarmi”.

Oggi però non avevo nulla da fare, e allora sono andato a letto tardi, e mi sono svegliato presto lo stesso, perchè avevo voglia di vederti, di sapere se il vento ti avrebbe fatto venire gli occhi lucidi come piacciono a me. Sono venuto lo stesso perchè mi serviva la dose giornaliera di quell’agitazione che mi stringe lo stomaco, e che ogni volta mi fa abbassare la testa e toccare il naso, anche se non mi guardi.

Oggi l’autobus è già passato, e sto qui fermo. Ci sto ancora qualche minuto e poi mi vado a prendere un caffè, quel caffè che ogni giorno provo ad offrirti, ma che ogni volta si ferma all’ “Adesso glielo chiedo, è facile che ci vuole”, e poi sospiro e non lo dico mai.

Il mio autobus sta passando adesso, è in ritardo. Come io con te. Sono sempre in ritardo, e chissà per quanto ancora non riuscirò ad arrivare in tempo. Sicuramente fino a quando qualcuno non arriverà prima di me. Perchè come io non sò il tuo nome, chi sei, cosa fai, come vivi, tu, di me, non sai che sono sempre quello che arriva dopo, quando ormai è tardi e che poi passa il resto del tempo a contare i rimorsi.

Comunque, anche il mio autobus è passato, ma oggi non mi serviva, credo sia il caso di andare.

Volevo solo dirti che a scrivere me la cavo meglio, la borsa era aperta, e mi sono permesso di lasciarci scivolare dentro queste due righe.

Quindi nulla, io sto andando a prendere un caffè, se non è troppo tardi, ti andrebbe di prenderlo insieme?

No, perchè forse mi sono innamorato di te.