Pora nonna è partita. (pt.1)

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Se ne è andata cosi. Una sera d’agosto. Mia nonna. O forse era luglio, non me lo ricordo. Ricordo solo che il sole c’era, e che il telefono squillava, e mia sorella parlava, e io uscivo da un negozio per sentire meglio la tristezza.
E’ assurdo dicevo. Come un pò assurdo sono io che realizzo soltanto ora tutto quel dolore, proprio adesso che un altro dolore è venuto a trovarmi, e allora forse è vero che il dolore porta di rimando altro dolore. E che sentirsi soli porta ricordi.

Per me mia nonna era il natale, di quelle tavolate lunghe, dove lei era seduta sempre al centro, con le sue rughe che urlavano la bellezza di una gioventù ormai finita, e che torni ora forse non è nemmeno un caso. Era lo smalto rosso rovinato su quasi tutte e dieci le dita. Era una guerra santa. Era la piega dal parrucchiere il giorno della vigilia, il litigio per un ambo da cinquanta centesimi.
Era un “di fatti” per ogni conferma.

E poi un giorno di agosto, forse luglio, ha deciso, forse lei o forse cristo, che il sipario doveva calare. Che la storia di una donna si può interrompere così, senza dover battere necessariamente ciglio. Sola, come a nascondersi da un dolore che sapeva benissimo avrebbe portato altro dolore. E l’ha portato ugualmente, certo.

E quindi niente, proprio oggi, io non ho detto niente. Ho solo sentito la solitudine, e pensato a lei.
Non mi manca eccessivamente, te lo dico. Che l’ipocrisia è stupida, come ipocrita non era lei. Però intanto, natale non è più lo stesso, i maglioni di mio padre si sono infeltriti, e le mie uova di cioccolata non sono mai arrivate. E ogni natale, ogni maglione, ogni uova di cioccolata, ogni dolore, e ogni solitudine ci penso alla storia di mia nonna,

che se n’è andata via così, una quasi sera di agosto, che forse era luglio.
Con un bacio al vento, e uno ad ogni pensiero.

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