6 cose buone, e 1 cattiva. (#1) – titolo variabile –

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  1. Facevo la doccia più o meno tutti i giorni, tolte le sere in cui ero così stanco che mi addormentavo sul divano stremato dopo tutte quelle corse dietro al pallone. Di quelle docce ricordo me nel mio accappatoio disegnato, seduto sul water con la tavoletta chiusa e mia madre che mi asciugava i capelli. Mi veniva da chiudere gli occhi. Sentivo le mani che spostavano i capelli, e l’amore di qualcuno che si stava prendendo cura di me.
  2. Avevo più o meno tre anni e il mare mi sbatteva le onde sulle gambe. La diffidenza verso le prime onde, e piano piano conoscerle, e riderci insieme.
    E poi scoprire quella sensazione che ti da la sabbia quando se ne va da sotto i tuoi talloni trascinata dal mare che torna, un solletico in cui rimanevo immobile a fissarmi i piedi. E due occhi a riva che controllavano la mia felicità di scoprire.
  3. Non sono sicuro fosse maggio, ma faceva caldo, questo me lo ricordo. Era anche Domenica, di questo sono sicuro. Mio padre era entrato a casa e non ha aveva aperto bocca, sorrideva a mia madre, poi aveva preso me in braccio, le aveva dato un bacio e lei aveva risposto “ci vediamo dopo” sorridendo di riflesso.
    Quella Domenica c’era Roma – Perugia allo stadio, finì 3 a 1. Non eravamo già una famiglia che si poteva permettere cene fuori la sera, o stravizi che avrebbero intaccato le bollette, ma quella era stata la mia sorpresa. Ricordo tutto: Mangone che esce, entra Rinaldi dopo mezz’ora, Mazzantini che prendeva tutto, Totti giocava sul velluto, Montella segna a porta vuota l’uno a zero, Nakata metteva paura, Ripa espulso Perugia in dieci, Assuncao decide che quello è il momento di buttare giù la porta da venti metri, due a zero, il gol di Zago annullato, poi Totti su rigore chiude i giochi dopo il gol della bandiera del Perugia. Mio padre che esulta, felice.
    Prima di entrare avevamo anche comprato sciarpa e maglietta, ce l’ho ancora, sta nella scatola dove tengo i ricordi, ci sono anche i biglietti di quella partita lì, Ogni tanto li riguardo: Roma – Perugia, 1999, partita insignificante ai fini del risultato, ma la partita più bella della mia vita.
  4. Estate 2001, ogni santa Domenica si andava al Lago di Vico con gli amici di famiglia, mio padre andava prima di tutti per prendere il posto, noi arrivavamo dopo con due macchine e il pranzo al seguito. Mia madre faceva le lasagne. Prima delle undici non ti facevano entrare in acqua nemmeno con la muta da sub, che l’acqua era troppo fredda, “hai appena fatto colazione, ti prende una congestione”. Sarebbe stato il primo caso al mondo di congestione per colpa di mezzo cornetto, vuoto oltretutto, ma bisognava starci.
    Bagni interminabili, che si usciva dall’acqua solo per aspettare che le labbra tornassero dal viola al loro colore naturale, e che i polpastrelli non avessero più le grinze.
    E tornare poi verso casa, la sera, quando il sole non c’era quasi più, attaccarsi al finestrino e sussurrare a tutta quella felicità: “ci vediamo presto”.
  5. “Smiro”, Ferella e Saponaro, quelli che sapevi ti avrebbero difeso anche in guerra, De Nava che sembrava un nazista già a dodici anni ma che non avrebbe ucciso una mosca; Di giuseppe che pesava sei chili bagnato; Iannone l’uomo più scoordinato della terra; Pezzullo anche detto “ringhio”. Ranalli, elegante come molti, assassino come pochi; Piccone, più matto il padre che il figlio. Mannozzi, forte come non ne ho visti più. Petrucci, l’uomo che non ti aspetti. Masino, negato ma il perfetto uomo spogliatoio. Lorenzetti, zero voglia ma non gli stavi dietro. E poi Giorgio, l’unico uomo al mondo che urlando ha chiamato il mio nome più di mio padre e mia madre messi insieme, spesso anche per minacciare di uccidermi. In sintesi, una squadra di squattrinati, che mi ha insegnato a credere nelle cose difficili.
  6. Un’ elefante si dondolava sopra il filo di una ragnatela“. Io e mia sorella la cantavamo tornando da scuola quelle poche volte che veniva a prendermi, ché magari i miei non potevano. Camminavamo e ci battevamo i palmi delle mani contando quanti fossero gli elefanti su quel benedetto filo fino a che io chiedevo come faceva a non rompersi. Eravamo io e lei, belli, giovani, legati da un filo dove non ci dondolavano gli elefanti, ma c’eravamo noi e un pomeriggio che doveva ancora passare.
  7. Gli specchi non erano miei amici, sopratutto ai tempi della scuola media, dove andavo per piacere. Piacere alle ragazzine intendo. Mi vedevo brutto, mai in ordine. Sapevo ogni mattina che non sarebbe stato il giorno giusto per piacere. Una volta, in terza media un mio compagno si mise a ridere delle mia scarpe consumate: mio padre me ne comprava un paio al mese, alcune volte anche ogni due mesi, e io giocavo a calcio anche quando non avevo un pallone, con qualsiasi cosa rotolasse. Il più delle volte erano pigne degli alberi che sono nel cortile di casa mia, e le mie scarpe ne risentivano piano piano sempre di più. A me non è che importasse molto, ché in fin dei conti il mio scopo era dare calci a qualcosa, ma forse per i miei compagni le mie scarpe consumate erano un problema. A quella risata risposi sedendomi due posti più in là e intrecciando le gambe sotto la sedia cercando di nascondere le scarpe. Quel giorno ho imparato che una risata può anche farti sentire deriso; che quelle, possono rimanere delle semplici scarpe rotte, oppure diventare il manifesto della tua felicità.
    Perché alla fine di tutta questa storia, sei tu che scegli il punto di vista da cui guardarle, quelle scarpe.