Gli zeri che mi stanno intorno, e i pugni che non sento.

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E’ una storia di pugni questa. Sullo stomaco, più precisamente.
E’ una storia di giorni belli, e giorni brutti. E di questa strada, su cui piove, e poi dopo c’è il sole, e poi arriva il temporale, e poi c’è di nuovo il sole, e io non so più i posti dove riuscire a difendermi da questo continuo cambiare. Troppi colpi di scena, io non ce la faccio, mi sono detto.
Poi ho scoperto che i pugni li incasso bene, che col tempo ho imparato ad assimilarli.
Ho imparato quando ho capito che c’ero io in ballo, e che quindi, tu, non puoi farmi male.
Che io, chi sono, lo sò. E sono anche bravo a capire chi sei tu. E che quindi questa è una lotta dove puoi anche menarmi, e divertirti, e dimostrare che hai più muscoli, sbraitare, ma sono sempre in vantaggio.

Ho realizzato che lotto da sempre, e che ho paura, e che grazie a dio è la paura che mi salva; che non mi scopro, perché scoprisi sarebbe darti forza, e vedere invece, dove vuoi arrivare, è il gioco giusto.
Gioco di esperienza da una vita. Tanta testa e “gambe” quanto basta.

Ho sorriso, ogni volta che ho sentito dolore, perché potessi colpirmi più forte, e più forte ancora, fino a che il tuo respiro si è fatto corto, mentre io ero ancora in piedi senza nemmeno accennare un segno di vittoria, ché non c’è vendetta contro chi è già povero di se. Ché i tuoi pugni sono mancanza di carattere, sono segno di un animo codardo, di un’esistenza passata a nascondersi. I tuoi pugni sono l’esatta descrizione di quello che sei tu in questa vita: una comparsa di un film dove reciti per pochezza di attenzioni elemosinate, una contrapposizione che non riesco nemmeno a considerare divertente.

E allora, continua pure.
Prendimi a pugni su questo stomaco chiuso, che non mi fai male.
Ché io, in questa vita mi conosco fin troppo bene per abbassarmi ad essere un perdente.
Ché me lo porto scritto addosso, sotto questa pellaccia, quella promessa: “sublime, nel dolore”.

Sorrido, intanto
e aspetto domani.

Baciatemi il culo.