The dark side of quello che sento

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La fotografia era quella di lei, poggiata nei suoi vestiti neri a cercare un modo caldo per mentirsi che andava tutto bene. Lo scatto era quello degli occhi miei che avevano alzato il tiro, e poi avevo pensato che tendenzialmente sono più manifeste le motivazioni che ci tengono fermi, che non gli sforzi che danno origine a un gesto.

C’era la luce di una lampadina in una stanza senza finestre, e parole dai silenzi lunghissimi, che qui non si parla mai a caso, avevamo detto. L’odore del thé caldo, il suo primo sorriso dopo il dolore e altre cose per cui varrebbe la pena rinascere anche più di una vita, quelle cose che non guarderesti mai in mezzo alle distrazioni di una città così grande, e poi però eccoli lì gli sguardi che ti sorpassano svelti, inchiodano e tornano indietro. Come a dire: dio santo, tu, da dove sei uscita. Quelli.
E se tutto quello stare fosse stato una canzone, l’avrei chiamata “the dark side of quello che sento”, se fosse stato un sorriso sarebbe stato il suo, dopo aver parlato di cognomi, e citofoni.

E mi ha chiesto chi sono: quello che scrive o quello che si ferma. Il primo bacio, quando forse era troppo tardi, e tutto il resto che non è mai stato troppo tardi. L’inizio delle sue ginocchia, dove la pelle sulle gambe si fa sottile.
Credo in chi tiene da conto quando si sente felice e, ancor più, in chi non lo è ma fa ghirlande di fiori per l’attimo in cui lo sarà. Continuo a credere in quelli che, seduti a un tavolo, passano il tempo e le parole a guardarsi.

E non c’è più momento di dirsi che non è il momento, e non c’è più tempo per raccontarsi che non c’è più tempo.

E allora ti aspetto lì, nella spossatezza delle lettere a margine.
Qualunque sia la parola da scrivere. Che avere cura, a volte, è un altra cosa.

P.S. Sentire, osservare e rincorrere, sono le mie tre parole. Ma potrei cambiarle.