Somme di una notte di inverno.

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Ho visto gli occhi di mio padre, e io, lì davanti, non riuscivo a dire niente. C’era lui, che urlava e non se ne rendeva conto, e io lì che per la prima volta non gli ho fatto notare che stava urlando. Gli ho guardato gli occhi cambiare espressione almeno dieci volte in tutto quel discorso, era partito dall’inizio, ed era finito a me. Ha un pò pianto quando parlava di quello che scrivo, e del mio futuro che secondo lui, è incerto. Ha pianto quando parlava della sua presunta futura morte (perché per me mio padre non morirà mai), e del suo desiderio di chiudere gli occhi in santa pace, con le cose in ordine. Parlava, si dimenava senza scomporsi, e prendeva meno fiato di quello che di solito prende, mentre discute. Alzava il tono, quando c’era da alzarlo. A sprazzi dava un colpo anche alla botte, pochi. Sfogava gli anni dalle spalle, e anche un pò dalla punta delle dita, quando alzava le mani, e alla fine delle frasi rinforzava con un “eh!”.

La stanchezza di una sera, e di quelle spalle larghe su cui mi sedevo da bambino. La stanchezza di quegli eroi silenziosi, di cui nessuno si prende mai cura e che però avrebbero bisogno di attenzioni più di ogni altro. Sembrava quasi che io non ci fossi, lì, mentre quello sfogarsi prendeva il colore di una vita di sacrificio; e invece me ne stavo seduto, ad ascoltare; me ne stavo fermo, pregando di riuscire a togliergli almeno un pò il peso di quegli occhi gonfi. E la dolcezza di quella voce spezzata.
Avrei voluto prestargli lo stomaco, e accarezzargli il cuore, e dirgli che andrà tutto bene.

Ho pensato a noi. A quando mangiavamo a tavola, ognuno al suo posto, tutti insieme.
Ho pensato a quando mia sorella urlava perché non trovava i suoi vestiti nell’armadio; a quando questa casa era calda, e c’erano ancora i VHS. E i poster.
Ho pensato a quella sera, eravamo tutti davanti alla tv, tutti, e io pensavo che non sarebbe dovuta finire mai. Ho pensato al letto a castello, sopra i più grandi, sotto i più piccoli, e sotto ancora, un posto per me, che il letto si tirava fuori, ma solo ogni tanto.

Poi è arrivata mia madre, ingenua come l’alba.
E abbiamo sorriso, mentre il tempo passava testardo, e abbiamo perso un pò il senso di questa bussola. Ma io no. Io ricordo.

Siamo ancora gli stessi.
Almeno finché morte non gridi sentenza.
Almeno per me.