Facciamo così.

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Sto cercando il posto dove avevo nascosto la giusta dose di presunzione che serviva per credere che tutte queste parole siano rivolte a me. L’ho trovato, ed era nel mezzo di quello che non ti è consentito sapere. E che però esiste. Quindi mi chiedo com’è, sulla pelle, tutta questa solitudine, che effetto fa? E per il freddo che ha portato novembre, come la mettiamo? Hai giubbotti abbastanza pesanti che colmino il vuoto? Mi sento un pò tua madre. E vorrei esserlo anche solo otto secondi per poterti sistemare bene i capelli, mentre ti guardo, che non vorrei sorridere distrattamente per nessun altro essere umano su questo mondo. Le invidio tutta la strada aperta di questi anni. Le invidio l’amore. Il poter dimostrarlo.

Assicurati di averne, comunque, perché io non credo mi farò avanti. Secco, così. Come è giusto che sia. Che se la strada è questa, io ho pur sempre un minimo stretto di amor proprio. E quindi no, forse ti compro un cappotto, ma non ti abbraccio.
Che dovrei anche smetterla di ripetermi di smetterla e poi continuare a fare giù la corda, lo spago e compagnia bella. No, no, e no.
E dovresti anche capire che io i miei errori li conosco, se guardo con i tuoi occhi, e che magari tu dovresti cominciare a guardare con i miei. E allora forse sarebbe tutto diverso.

Quindi facciamo cosi. Tu scrivi. Parla. Quello che vuoi. E io rimango fermo, immobile, impassibile. Facciamo finta che in qualche modo io abbia ragione e tu torto, e che ce ne freghiamo di chi  ha ragione, o torto. Sproloquia anche se ne hai bisogno, esagera. Vai fuori tema, e poi ritornaci sù. Io farò finta di non ascoltare, guarderò fisso davanti, senza nemmeno battere le ciglia, tu avvicina le parole alle mie orecchie in ogni caso, anche se non ci speri, e quando avrai finito, se la formula è quella sbagliata, ovviamente me ne vado, sempre senza guardarti, che sarebbe difficilissimo altrimenti, e ci mettiamo un punto enorme sopra che non si toglie nemmeno a mille gradi e nemmeno con la spugna di ferro per i piatti.

Nel caso fosse quella giusta, invece, non lo so. Ho mille idee in testa ora. Quella con più colori però ha dentro noi, che magari ci fermiamo a guardare il tramonto, e quando poi il sole sarà sparito del tutto, io sarò felice, senza farlo trasparire nemmeno un pò, perché di solito l’orgoglio si trascina per qualche manciata di ore. E poi ti porto a cena, nel posto più bello che vuoi. O al mare.

E se poi, tutte queste parole, per me non fossero, e tutto questo fosse un viaggio inutile, non fa nulla. Ché a questa vita dove non c’entro nulla, mi ci sto abituando. Però concedimelo, per autodifesa, e per preventiva sicurezza: Vaffanculo.

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