Tre tazzine a testa.

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La prima macchina di mio padre che io riesca a ricordare era una Fiat tipo bianca. Forse era il ’95.

Quando parlavamo della macchina, mia madre ripeteva sempre che era costata sudore, e che “a me e tuo padre non ci ha mai regalato niente nessuno sà”. Il tono era anche abbastanza accusatorio, come se quel sudore e quei regali mai arrivati fossero colpa mia e delle mie due sorelle più grandi. Lo dice anche adesso, mia madre, sopratutto quando parliamo di qualcosa che ci ritroviamo in casa “mamma, ma che fine ha fatto lo stereo vecchio?” ” Sta in cantina, se sapessi quanto ci è costato, a me e tuo padre non ci hai mai regalato niente nessuno sà”.

Il giorno del mio nono compleanno uscimmo di casa a mezza mattina, per prendere il caffè dalla vicina. La vicina molto molto carina (ok, basta rime) mi porse dieci mila lire e mi tirò due pizzicotti fastidiosissimi sulle guance, urlandomi “tanti auguri” nelle orecchie: si comprò il mio odio con due banconota da cinquemila, anche se io, ero comunque contento dell’incasso.
Mia madre, appena usciti dal portone, dopo avermi obbligato a ringraziare, si raccomandò di spendere bene le dieci mila, e afferrato il peso della responsabilità, cominciai a pensare al come investire il capitale mentre lei elencava i motivi per il quale sarei dovuto essere parsimonioso. Con dieci mila lire.
Mi tornò l’orecchio sulle sue parole quando disse “… Spendili bene, come fanno mamma e papà, che a noi non ci ha mai regalato niente nessuno sà”.

Il passo successivo al caffè dalla vicina carina carina, era la spesa, e girando nel supermercato mi cadde l’occhio su dei bicchierini da caffè, costavano sei mila lire. Li presi e li misi nel carrello. Mi piacevano tantissimo, erano esattamente della mia misura. Mia madre mi spingeva a comprarci altro, con quei soldi, e invece io no. Lasciami comprare quei bicchierini, li voglio!
Finita la spesa e tornati a casa, strappai la carta, e regalai tre bicchierini a papà, e tre a mamma, il giorno del mio compleanno. Si guardarono, me ne accorsi, sorrisero con gli occhi, e io andai a contare quanto mi restava di quelle dieci mila lire.

Tempo fa, ero nella casa in paese, dove i miei non vanno più, volevo farmi un caffè, era mattina, e li ho trovati lì, tutti e sei, un pò ingialliti, uno di fianco all’altro nel ripiano appena sopra al lavello, quello dove scolano i piatti bagnati. Ho pensato alla feicità, a quella di mia madre e mio padre, quel giorno, nel ’95. Forse uno dei pochi giorni in cui lo sono stati davvero, in quella vita dove nessuno gli aveva mai regalato nulla.

E niente, ho pensato che probabilmente molte cose sono lì.
Ho pensato che probabilmente la felicità non esiste del tutto, o che forse “felicità” è solo essere qui, dopo vent’anni, e sorridere di quei sei bicchierini di vetro un pò invecchiati, riempiti da un ricordo, e da una storia piccola, di un uomo e una donna che si sorridono ancora, che si dicono buongiorno, o buonanotte come se non fosse scontato. Che si prendono cura di un amore come bisognerebbe prendersi cura di se stessi.

Ho pensato che probabilmente la felicità, stamattina, sono due tazzine da caffè. Anzi, tre a testa.