Non ti voglio sentire.

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Ho perso le parole per scriverti. Ma se sapessi tutto quello che avrei da dirti, probabilmente ne ringrazieresti il cielo.

Che tu accusi, ritorni, ammetti, e poi ti rimangi tutto. Poi mi guardi, e non ce la fai. Ti guardo, e ce la faccio meno di te. Però poi a fanculo le vittorie facili e i lieto fine. Meglio i silenzi, e gli impedimenti. Meglio imporsi di stare male, piuttosto che vivere, piuttosto che buttarsi con la coscienza di potersi fare del male o forse no.
Zero rischi, tutta rinuncia.
Ma come cazzo vivi dico io? Ma quando cazzo vivi, sopratutto?!
E allora scusa se io no. Scusa se non lo capisco e mi sembra tremendamente stupido, mi sembra tremendamente insensato. Mi sembra incredibilmente una stronzata.
Scusa se poi me ne vado e dietro la porta ci metto quattro sedie, due divani, la cassetta per gli attrezzi e le nostre foto. Scusa se poi non voglio più aprirla, nemmeno per il tuo compleanno, e nemmeno per natale. Scusa se mi chiudo dentro, e rispolvero la mia grandissima abilità nell’abituarmi alle cose giuste, che poi spesso sono quelle che non vorrei, ma è sempre cosi, ci sta, va bene, pace. E allora continua, urla pure, tanto io mi chiudo dentro, faccio le mie cose, che non ti sento e non ti voglio sentire. Urla quanto vuoi, urla fino a che il rumore diventerà la normalità se ti fa stare bene, e quando hai finito e il silenzio sarà la sorpresa, aspetta qualche secondo, contali pure se vuoi, a bassa voce, poi chiedimi di aprire e di darti un bacio. Vediamo che succede.

Ho perso le parole per scriverti, e grazie a Dio. Altrimenti mi dimenticheresti per sempre, in un secondo, anche se lo credevamo impossibile.