La nostra volta buona

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C’è stato un tempo dove io e te ridevamo, te lo ricordi? Eravamo bambini, in una stanza con le pareti verde spento e la carta da parati un po’ vecchia, piegata dai segni del tempo, vecchia come quel civico disparo di Via Azzarita, e quella rotonda con quell’albero triste piantato al centro, dimenticato da Dio.
Gli infissi delle porte continuavano a spiarci senza parlare, come avevano già fatto con l’amore che era passato di lì parecchi anni prima di noi.
Ridevamo aspettando che qualcuno mi venisse a prendere. Ridevamo, mentre io speravo che mio padre facesse tardi, e tu non te ne accorgevi mai.
Saltavamo su quel letto appoggiato al muro dal lato destro coperto da un lenzuolo pesante a fiori, e tua nonna non c’era, e tua madre ci lasciava stare.
I quadri alle pareti erano quelli di una casa importante, e i tuoi occhi belli erano quelli di una bambina a cui mancava un pezzo.

C’era l’estate, e l’innocenza di certi giorni di sole.
C’eravamo noi, inconsapevoli e liberi.
C’era il nome tuo, bello da morire, e tu che mi guardavi, che mi sembra adesso.
C’era il tempo che scorreva, e ora?

Ora c’è un caffè sul fuoco, o una birra in una caraffa. Ci sono i giorni che ce la fanno sotto il naso, passando molto più lenti di tutti questi anni che ci hanno separato.
Ci siamo noi che siamo lontani e la mia paura fottuta e così poco motivata di non essere in tempo, per scoprire cosa poteva succedere.
C’è Settembre che si sta preparando, e Ottobre che si tiene pronto. E io che lascio andare le cose secondo un filo già scritto.
Tu ci credi ai destini? Dimmi di no, e aspettami, allietami l’attesa e le paure, e poi cambia idea, arriccia quelle sopracciglia, e spiegami cosa c’è dietro questo ritrovarsi.

Magari resteremo a mezz’aria a ricordare, per poi perderci di nuovo per i prossimi vent’anni, o forse ci sarà il sole perfetto delle sei, e io che lascerò andare di nuovo le cose come devono andare, senza forzare, che vorrei vederti ridere ancora, come in quella casa con le pareti verdi e stanche.
Vorrei saltarci ancora su quel letto, su e giù fino a fermarci sfiniti e accorgerci che ci stiamo guardando. Sentirsi osservati da quegli occhi cresciuti, trovarsi di nuovo bambini negli incastri perfetti di una vita che in questi anni non è stata poi così clemente, e che adesso, forse, ha scelto noi per farsi perdonare.

Il gioco è questo da un’eternità, e dicono che bisogna solo vedere se valga la candela.
E nulla, ero venuto a dirti che io ho portato l’accendino per non farmi trovare impreparato, che non si sa mai. Ero venuto a dirti che più di tutto mi piaceva l’idea di vedere come va a finire, e che quindi ho pensato che magari ti andava di scoprirlo insieme.

Ti va?
Che oh, non si sa mai.
Magari è la nostra volta buona.