Le margherite, di mercoledì.

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Quel fiore sull’orecchio. Lo portavi il mercoledì, me lo ricordo.
Il giorno mediano della settimana, quello giusto per mettere in fila le cose, il giorno libero.
La mattina presto aggiustavi i capelli e lo poggiavi lì, nel punto esatto tra l’ascoltare e la confusione dell’aver ascoltato, e speravi che bastasse una margherita bianca a risolvere quella confusione di baci regalati e mani sfiorate solo e soltanto per il bisogno di appartenere.
La luce tagliava gli angoli di quella stanza in quella casa con le pareti vecchie ma riverniciate col tuo colore preferito, e tu ridevi, perché il mercoledì tutto andava bene, e niente poteva succedere, e anche se fosse successo avremmo trovato il modo giusto di uscirne, e la soluzione sarebbe stata semplice, senza intoppi.
 
Poi gli anni hanno deciso di passare svelti, come nessun’altra serie di anni in tutta la storia del mondo, e siamo finiti in questa altalena di sole e pioggia dove facciamo fatica a mantenere gli occhi aperti mentre ci assalgono le vertigini.
Abbiamo preso il toro per le corna, e gli abbiamo dato filo da torcere ballando su questo tempo bastardo, ci siamo dimenticati di noi che facevamo l’amore, e ci siamo ricordati di quei due ragazzini che ridevano complici sotto agli sguardi assordanti durante il pranzo della domenica, a casa dei tuoi.
Abbiamo mandato a fanculo le storie perfette, e desiderato di avere un figlio.
Ci siamo messi seduti di peso su questa vita che ci ha messo l’uno di fronte all’altro, ha tirato giù i muri dell’indifferenza, e poi non ha mantenuto le promesse.
 
Abbiamo deciso che era tutto bellissimo. E lo era davvero.
 
Fino a che non abbiamo scoperto che anche le margherite appassiscono. Ed era mercoledì. E non abbiamo potuto farci niente.