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il silenzio. Una maglietta bianca, tesa in un letto.
Il rumore di un pennarello che corre su un panno di stoffa, a liberare le idee.
Una felpa nera.
Un pomeriggio stanco, e finito. Calmo. Niente parole, solo luci che disegnano le ombre possibili delle quattro del pomeriggio.
Un ramo, con delle lanterne appese. Fili che scendono, e candele profumate, ancora spente.

Una sedia, dei vestiti le coprono lo schienale dove nessuno è poggiato. Dove nessuno si poggia mai perché quella sedia indica concentrazione, indica la sporgenza in avanti della schiena trainata dai pensieri.
Le ginocchia incrociate, e le dita strette al pennarello. Le mani sporche di inchiostro. L’indice sollevato nel momento di dover essere più precisi. Lo sguardo verso il basso. Il drappo rosso.
La tela che prende forma. Servirà a coprire il disastro delle cose vecchie, accatastate in un angolo. Generare il nuovo, per tenere al buio il vecchio.
Dita lunghe, e i baffi mossi dal respiro lento.

Disegna, e suona questo pianoforte il più violentemente possibile.
Dimenati su quella sedia nera, lascia andare. Butta fuori. Esplodi. Riecheggia in quelle smorfie. Che tu sei tutto e più di questo. Esprimi.
Poi torna in te. Con quegli angoli un pò rotti, che lasceremo così.
E sorridi. Forte.

Poi respira.
Sono qui di fianco, è tutto ok. Abbracciami.