Ci vediamo alla fine.

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Muoiono le farfalle. Muoio io. Muore il mio cuore e lo stomaco a fatica trattiene quello che la testa in realtà dice.
E mi chiedevo se esistono gli amori facili, le infinite possibilità, i destini incrociati ma mai compatibili, e se esistono i lieto fine, con cui a quanto pare, ho evidenti problemi. Mi chiedevo cosa siamo. Mi chiedevo se siamo finiti, con la fortuna che non ci portiamo mai dietro, in quel minuscolo spazio di percentuale dove due persone si appartengono e però poi no, succede che il tempo e i percorsi già scritti si mettono di mezzo e rimaniamo con i pugni chiusi, a maledire Dio, e a domandarci infiniti perché, e ad accatastare mucchi altissimi di rancore. E dopo? Dopo siamo costretti a cercarci, senza mai poter essere vicini. Morire dalla voglia di dirci tutto, ma riconsiderare il silenzio per colpa dell’orgoglio troppo pronunciato. Per sempre. Rinchiusi in quella possibile scatola del volersi toccare e rimanere lontani. Ne sto cercando il senso. E non lo trovo. E succede così, è tutto un disastro. Ma è normale. E il bello di tutto questo è che succederà inesorabilmente, e potremmo opporci quanto vogliamo. Solamente, però, fino a che i punti si uniranno, e troveranno casa, e scriveranno il mio, e il tuo nome, nella stessa pagina di quel diario pieno di mille altre pagine sbagliate. Fino a che poi ci guarderemo di nuovo, con gli occhi di chi si sveglia, e vede il tramonto, e la colazione è già in tavola, con l’odore del pane fresco. E non è determinante, ma il trucco c’è, ricordalo: Basta solo non avere paura.