Quanto costa, al kilo, il quieto vivere?

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Vedo, e non parlo. Sento, e non mi oppongo. Fogli lunghi pieni di stomaci stretti, guerre mai inziate e propositi atti a non farmi piu del male. Devo imparare ancora, sono ancora per strada, e l’arrivo non è vicino nemmeno un pò.
Quanto costa dare? e dare per non ricevere? e non riuscire a cacciare? Quanto è sopportabile il peso del prenderselo sempre nel culo? Non riesco a misurarlo, a dargli un’unità di misura. Perchè sono ancora in viaggio, in mezzo a questi banchi fatti di buonsenso, e quieto vivere. E la lezione è in corso. Ma io non sono mai attento. Io penso ad altro. Come ho sempre fatto. Che sono troppo rivoluzionario per piegarmi agli obblighi dell’essere. Anche se questa volta un orecchio è giusto darlo, perchè comincia a pesare, lo zaino dei colori grigi.
Ma un pò ci resto, così. Almeno un pò. Che non è nemmeno una scelta, in realtà. Può esistere una via di mezzo tra il dare senza l’avere e il non prenderselo nel culo? Voglio dire, hanno inventato i mappamondi, i vibratori, la pennicellina: tutte cose per i sentimenti. E allora, possibile che per tutti i lati del quieto vivere, nessuno abbia brevettato nulla? Che sò, una pomata, magari profumata.
O almeno, questo, si può imparare? A quale sportello devo informarmi? Sono tanti i moduli da riempire? Datemeli ora, che ho le mani fresche.
Se a questa lezione, sono arrivato a metà, non mi dispero: è sempre meglio di arrivare tardi. E allora mi siedo a questi banchi fatti di sensazioni buone che ne portano altre sgradevoli. E mi ci metto d’impegno. Niente più svogliatezza. Perchè mi serve equilibrio. Per riconoscere già più di quanto non abbia autodidatticamente imparato. E per riuscire a razionalizzare di più. Sono al quarto piano di questo ascensore. E salgo piano. Un viaggio lungo un anno. Che ho finalmente cominciato a lavorare su di me, sul serio, da quando sono in questo anarchico ascensore di coscienza, e finalmente vedo fuori dal vetro. I propositi li poggio sulla scrivania, e li guardo ogni tanto. Ma me li dimentico a periodi, perchè mi sfioriscono la costanza dell’apprendimento.

E allora continuo. Che ho cominciato senza accorgermene. Costruisco e riconosco. Da buon operaio. Testa bassa, cinismo nella destra, e buonsenso misto a quieto vivere nella sinistra.

Non so cosa succede. Ma accetto. E affronto.
(“Ammazza che te combinano sti denti der giudizio oh! Da paura.” cit.)