Il sonniloquio, del mio coinquilino.

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Le 2 e 22. E io sono sveglio. Nella mia stanza. Che confina con la sua. E io non l’ho piu trovato a dormire sul divano, perchè ora ha un letto. E la sensazione dev’essere piu o meno come quando tuo figlio non ti chiama piu di notte per accompagnarlo a fare pipì. Dev’essere come vedere qualcuno crescere, e accorgersene. Vedere l’evolversi dell’abitudine. Toccare la normalità mentre diventa soddisfazione. Essere felici di un traguardo minimo e che nemmeno ti riguarda solo perchè tu, in cuor tuo, sai di averci messo un pizzico di spinta, e rimani zitto, a goderti il momento.

Le pareti di questa casa non nascondono i rumori. E questa notte, come alcune altre, sta facendo sogni inquieti, parla e dice cose. Che a lui piace parlare, anche senza avere risposte. E lo fa anche nelle cose: non pretende.
Queste persone esistono. E magari si contano. Io ci vivo. E sento di notte queste parole attraverso questo muro che gli regge la testa, entrare nella mia stanza, di nuovo. Ma quanto parla? Forse piu di notte che di giorno, mi viene da pensare.

E allora dormi, su questo letto nuovo, e parla ancora, se ti serve. Che sei un disastro con la polvere e con l’ordine dei vestiti, e devi ammetterlo. Però io rimango fermo, e ti guardo, mentre lasci tanto a tutti, e mentre sospiri “e vabbè” e poi sorridi rassegnato, quando sotto natale si rompe tutto, e non ne infiliamo una giusta, e a me viene di sorriderti di seguito.

E dormi ancora, che stanotte quel divano era vuoto, e io ho sentito il peso del tempo che cambia, e di te che vai avanti, su quel letto nuovo, nel mezzo di tutti questi discorsi che attraversano i muri di carta.
E io avrei voluto svegliarti per dirtelo, che in questo piccolo silenzio, sono fiero di te.

Ti voglio bene.