Ritardi.

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Sei in ritardo di 15 minuti. Anzi, adesso 16.
Dovevi scrivermi e non l’hai fatto. Anzi, non dovevi nulla, in realtà ero io a volere che lo facessi, e allora mi sono detto che avrei aspettato, fino alle 12.00, poi ho allungato, fino alle 12.10.
Sono le 12.33 e niente, qui non suona nulla, non arriva nulla. Sto sperando di avere il telefono difettato. O che sia successo qualcosa di non cosi grave, come quella volta che, come al solito, aspettavo che mi scrivessi, e alla fine il telefono era finito nel lavandino. Pieno d’acqua.

Che poi io non sono nemmeno uno di quelli che sà aspettare, sono sempre stato per le cose veloci, e incastrate. Come me e te. Casuali, e che sanno di mattina presto. Ma sono giorni che mi arrovello il cervello, e lo stomaco. E aspetto. E un secondo sono in paradiso, e il secondo dopo all’inferno. E io così non sono capace. Io sono un uomo, non li reggo tutti sti cambi di scena.
Me e te su quella panchina, a dirci che andava tutto bene. E poi il buio, poi di nuovo io e te, che ridiamo, poi di nuovo il buio. Sembriamo due lampadine, accesi, spenti, accesi, spenti. Come da piccolo quando giocavo con la luce del salone, e poi la lampadina si fulminava all’improvviso. Ecco, non vorrei fulminarmi.

E comunque è proprio vero, nella vita quello che semini raccogli. Quindi colgo l’occasione per chiedere scusa a tutte le donne che ho fulminato, una in particolare. Avevate ragione, un secondo in cielo e l’altro all’inferno è un oblio impossibile da sopportare. Figuratevi per me che ho anche le vertigini. E le vertigini poi sono tutto, voglio dire, spiegano. Io le ho sempre le vertigini, in tre o quattro forme diverse oltretutto. Quelle che ho piu spesso sono le vertigini del non capire, e io ho le vertigini del non capire molto spesso, sopratutto con quei cambi repentini di ambienti diversi: nuvole, e poi fiamme, fresco e poi caldo bollente. E quindi nulla, ho bisogno di sicurezze. E dovresti muoverti. Almeno un pò. Non posso dirtelo, quindi te lo scrivo. Ho bisogno di sentire che ci sei. Che non siamo una cosa a caso. Che non è un castello di carte dove tutti possono soffiarci sopra e farci cadere in un secondo.

E se sentirò che ci sei, fino a quando lo vorrà il tempo, ti terrò la mano. Stretta, per non lasciarti mai. Aspetterò l’alba per vederti arrivare.
Se sentirò che ci sei, ci sarò anche io, e non te ne pentirai.

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