Aspettami, che sto saltando.

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Mi sono fatto il cuore piccolo, mentre ti abbracciavo. Poi l’ho ingrandito di nuovo, che mi guardavi, e io non potevo fare altro. Erano calde quelle maniche, e l’odore era quello di tre anni fà, quando capire non mi rimaneva facile come adesso. Si, lo sò, ora sono bravo a capire. Anche quello che non mi dici. E’ talento? No, credo sia più sentimento. Nella radice più assoluta del termine intendo. Parlo di sentire. E con te, mi viene piuttosto bene. Come viene piuttosto bene quando qualcuno mi entra dalle costole, e non sento dolore, e si ferma nel punto dove c’è l’insegna luminosa con scritto “resta qui”. E poi ci resta davvero.
Stai facendo finta di andare. Con me non attacca. Ma ci gioco, ti vengo dietro, e incalzo le tue motivazioni. Ti dico di andare, anche se vorrei che non te ne andassi mai. Mi nascondo nel cappuccio della felpa, se mi dici che a settembre ti si sveglia l’amore, e faccio finta di essere offeso. Finta perchè io lo sò che in realtà, gli abbracci coi giorni contati, faranno male, e allora alzi la guardia. Finta perchè sò che se avessi un pianoforte suoneresti, e mi diresti di mettere le mie dita sulle tue.
Le tue paure, le mie paure. Quante sono? Neanche un pazzo le conterebbe.
E allora mi piego sulle gambe, e inizio questo salto. Che mi si stringe lo stomaco se penso che ti ho lasciato, da sola, tutto questo tempo aldilà delle mie paure.
Tu resta ancora qualche secondo, che io salto, e poi ti porto a cena.
Resta ancora qualche secondo, che si è fatto buio, e io sto venendo a prenderti per mano. Avrò cura di te.