In principio fù l’amore.

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In principio fu l’amore. Non ricambiato. E indovinate chi era il protagonista di tutto ciò? Vabbè, non era difficile.
Il luogo dell’inizio di questa storia breve, molto breve, è una scuola, più precisamente l’istituto didattico di Via Vibio Mariano 105. L’anno è così lontano che non me lo ricordo, dovrebbe essere intorno al 1993/94, ma non fidatevi mai della mia matematica. In ogni caso erano gli anni dell’asilo, e voi direte: ti ricordi cosa facevi all’asilo? E bene si. Cioè no, mi ricordo tutti i due di picche però, che è diverso, quelli ti si scrivono addosso. Si, fin dall’asilo. Almeno a me. Ho provato anche a darmi varie spiegazioni, come probabilmente è che me la cavo con le ricostruzioni, o ricordi, come volete. O forse si tratta solo di avere una buona memoria fotografica, forse è quello, si. E in ogni caso vi prego di non smontarmi st’ultima possibilità, che è una delle poche certezze della mia vita, e a questo punto, sarebbe un bel problema. Comunque, dicevo, la prima volta che si presentò l’amore era all’asilo, e si chiamava Lucrezia, 4anni lei e 4anni io, non ricordo esattamente il giorno, sarebbe chiedere troppo, però ricordo che aveva una maglietta bianca, una taglio improbabile, piaceva a mezza classe e le piaceva mezza classe, e ovviamente io ero nell’altra mezza. Fine della storia? Mai dichiarato. Qualche anno dopo, l’amore si ripresentò, in prima elementare, e stavolta si chiamava Francesca, faccia sveglia e coda alla Roberto Baggio, tentai un approccio diverso: passare dall’amicizia. Fù la friendzone piu veloce della storia, più veloce di una colica in un posto senza bagni. Per di più, mi ridussi anche a suonare un banco facendo finta che fosse un pianoforte, e ho detto tutto. Com’è andata? L’ho rivista anni dopo, sta da qualche anno con un mio amico, e indovinate chi li ha “fatti mettere insieme”? al 3 Potete deridermi se volete. 1, 2, 3. Ok, ora basta.
Da lì, gli anni delle elementari andarono abbastanza veloci, niente più di qualche lettera scritta in un italiano che cominciava a prendere forma e dove le caselle del “si o no” sottolineavano quanto, in geometria, non fossi capace nemmeno a ricalcare un quadrato. Ma se le elementari finirono in fretta, le medie cominciarono col botto. Primo giorno di scuola. Un’altra Francesca, all’uscita mi invitò ad andare a casa sua, soli, a pranzo. Subito dopo pranzo pensò bene di farsi una doccia e di uscire dal bagno in accappatoio. E bene, scoprii in prima media che mi piacevano gli accappatoi. Conclusione? Vi dico che oggi gli accappatoi non li uso, preferisco gli asciugamani. Dopo quel primo giorno col botto, le medie continuarono, facendomi capire che l’autostima, molto probabilmente, non sarebbe stata la mia qualità migliore, e che sentimentalmente, oltre a Valeria che non parlava molto ma aveva una lingua lunghissima e una salivazione fuori dal normale, sarebbero stati in pieno, tre anni di merda. Ma io non lo capii così in fretta, tanto che mi feci un anno in più. Così, a buffo, giusto perché soffrire, fuori da un letto e da tutto ciò che è racchiuso nel termine sadomaso, in fin dei conti, non mi è mai dispiaciuto poi così tanto.
Col senno di poi direi che le medie furono una palestra dove mi allenavo a capire che forse, avrei fatto meglio a darmi al gioco. Tale teoria la confermò l’amore, quando si ripresentò di nuovo sotto il nome di Irene. Bella, ma che dico bella, Bellissima. Un pò di orecchie a sventola, ma voglio dire, io, co quei specchietti, avrei potuto obbiettare proprio su quell’aspetto? Decisamente no. E allora gli feci chiedere se voleva mettersi con me. La risposta arrivò. Fu un “sì” talmente inaspettato che esultai come Tardelli, in corridoio, abbracciando il bidello. Comunque, con Irene finì che due ore dopo ero in classe sua per colpa di un’ora di buco, e io da buon interlocutore, indovinate cosa feci? non le rivolsi parola. Perchè? Perchè era bella, era troppo. Praticamente si ritrovò per fidanzato un pesce con le capacita esplicative di giurato. Finì che l’ora successiva mi aveva già lasciato, e io stavo già cercando della cioccolata, o del gelato. Oggi, Irene, è ancora troppo.
Dopo quella parentesi, l’amore cambiò ancora nome, stavolta si chiamò Aurora, e probabilmente quello fù il nome più bastardo che indossò. Capelli ricci, tanti, e forme che definire semplicemente “forme” è riduttivo. Oggi direbbero Chubby, ma secondo me anche Chubby è riduttivo. Comunque, ricordo molto romanticismo. Come ad esempio quando arrivò il fatidico primo bacio, tra il cancello di casa di Simona, un’amica in comune, e la Cariparma di Via Cassia, per moccolo? Una guardia giurata, il traffico delle 18, e la puzza di fritto del ristorante vicino. Non è romanticheria questa signori? Vogliamo veramente sindacare su un primo bacio dato davanti a una cassa di risparmio immersi nell’inebriante odore di olio bruciato? Non lo sò. Ma forse, sul bacio, nonostante io abbia fatto del mio meglio, ci sarebbe stato da sindacare, eccome. Ma in fin dei conti, voglio dire, chi è mai stato pronto a quel punto? Non alzate la mano che non ci crede nessuno.
In ogni caso, io devo aver fatto così cagare che poi, Aurora, si è innamorata di uno dei miei più cari amici dell’epoca, per poi venirmi a raccontare la loro prima volta. Che l’umiliazione del bacio non era bastata.
Gli anni successivi, cambiare posto avvenne quasi naturale, successe da solo. Gradualmente e senza che me ne accorgessi. E infatti qualche anno dopo me ne sono andato al paesello, e li l’amore ha avuto un altra serie di nomi. Il primo fù Giulia, dove oltre che al cuore ci ho lasciato pieni e pieni di benzina. Oltretutto fino a tre anni fà ero ancora seriamente convinto che ci saremmo sposati. Prima che si trasferì in Cina. Dev’essersi spaventata parecchio all’idea, voglio dire, l’altra parte del mondo! Bastava dire no.
Il secondo nome non me lo ricordo, Ah, si, Giorgia, visino da angelo sceso in terra, e un’indole da paracula infinita, che forse era solo voglia di non ferire, fattostà che le farfalle nello stomaco si suicidarono quando si mise col mio migliore amico mentre io le stavo portando dei fiori che avevo comprato usando la solita “mi può fare una bella composizione? Sono per mia madre, grazie”, quel migliore amico che poi BAM, la sfanculò clamorosamente e senza rancori. Non sono un tipo vendicativo, ma che bellezza!
Poi ci fù il momento del casino vero. Casino bello, e brutto poi.
L’amore vero, per la prima volta, arrivò nel momento più sbagliato in cui potesse arrivare, aveva il nome scritto in grande, e piano piano lo incise a forza, come si fa con le cortecce degli alberi piu vecchi. Poi finito di scrivere se ne andò, in silenzio, nel vero senso della parola. E allora cominciai ad amare per davvero, perchè non volevo più sbagliare. Dopo, oltre a questo viaggio, venne tutta una serie di cose che per risultato hanno me, adesso. Un me indefinito. Perchè non mi conosco ancora del tutto. Un me che non sà distinguere quasi mai e che si innamora ogni volta, ai semafori, come se fosse il ’94. E allora un pò di senso di responsabilità me lo sento. Quindi vorrei dirtelo. Si, dico a te. Perchè se tu che stai leggendo, sei li, ad aspettare, magari anche da una vita, è giusto che tu sappia una grande verità. Prima o poi l’amore arriva, e t’incula.