Mezz’ora, e torno..

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Era una domenica d’ottobre, stavo fermo davanti ad un marciapiede coperto dalle foglie, e ho pensato a quanto bastasse poco per farmi tornare piccolo. Quando ero bambino mi piaceva passare sui marciapiedi pieni di folgie, quelli con i mucchi grandi però, dove ci correvi e le gambe facevano un pò di fatica, e l’ultimo passo era sempre un calcio con il quale speravi di vedere le foglie andare il piu in alto possibile. Quella domenica dì ottobre mi sono guardato intorno per vedere se ci fosse qualcuno, perchè ahimè crescendo si acquista il timore di certe cose, e ho corso di nuovo, in mezzo a quelle foglie, col sorriso, si sollevavano ad ogni passo, e all’ultimo quel calcio, che però non ha avuto effetto, come da bambino. Prima di tutto questo però ho fatto una foto, e alla fine della corsa l’ho riguardata, e mi sono riguardato: camminavo svelto, per togliermi dall’imbarazzo di qualche evntuale passante che potesse avermi visto, poi ho cominciato a rallentare, mi sono detto “dove corri, chi ti sta inseguendo?” e allora ho calmato il passo pensando a me, a mio apdre, a mia madre, a tutto. Ho pensato a quante volte, sempre, avevo corso per togliermi dagli imbarazzi, a quanto loro avevano corso per togliersi i pesi dalle spalle, mi sono reso conto che nella mia vita non ci sono mai stati pensieri veri, grandi, solo paranoie e pensieri futili, mi sono reso conto che non ci sono mai state passeggiate. Solo corse.
Quando lo faccio, cammino svelto, perchè il tempo non mi basta mai, devo fare, devo sbrigarmi, anche se non ho nulla da fare dopo, ma devo farlo di fretta, anche se non capisco cose sto facendo, perchè sennò il tempo mi si sgretola nelle mani. Tante volte ho talmente bisogno di fare che quando non faccio nulla, quando sono sul divano o in casa, sono stanco lo stesso, come se avessi fatto mille cose. Devo avere la vita occupata, anche se resto fermo. Allora quando sono fermo penso, si, penso tanto, a mille cose, che non hanno nessi logici molte volte. E che spesso iniziano sempre con la sensazione che tutta questa fretta mi porti solo ad esistere, senza vivere davvero. Inizio a pensare al bianco e finisco al nero. E mi confondo fino a stancarmi.
Poi quando sono stanco davvero, esausto, mi fermo, mi prendo il tempo per me, quella mezz’ora ogni tanto che mi salva la vita. Mi organizzo perchè sò che dovrò ripartire e che tra mezz’ora correrò di nuovo, fino a che non mi torverò davanti ad un altro autunno e ad un marciapiede pieno di foglie, dove tornerò bambino a guardarmi indietro, a ricordarmi di quando all’uscita delle elementari si presentava mia sorella, o mia mamma perchè papà non poteva, ed io ridevo perchè ero felice della sorpresa, gli davo la cartella e mi chiedevano “sei contento?” e io dicevo “si”, sempre, anche se poi dovevamo andare a piedi, e per strada passavamo il tempo a cantare “un elefante” e a batterci i palmi delle mani, o di quando veniva papà, con la marbella nera, e mi portava a prendere il thè col latte, al bar, e quando arrivavo a casa stavo sul divano ad aspettare le 7 che finisse di lavorare e tornasse a casa, e io gli andavo ad aprire la porta.

Quella domenica di ottobre, davanti a quelle foglie, con gli occhi lucidi e sognanti, pregavo dio che mi desse una mano a far venire il prima possibile la prossima mezz’ora.

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