“Dove sei mimì, dove sei?!”

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Se fossi Carlo Lucarelli e conducessi Blu Notte, vi direi che quella che sto per raccontare non è una storia normale. Se fosse un romanzo sarebbe “Il vecchio e il mare” di Hemingway e se il titolo potessi sceglierlo io lo chiamerei “Le mie punizioni l’hanno messo in culo a tutti” firmato Cláudio Ibrahim Vaz Leal, meglio noto come Branco.
Sono seduto per terra, di fronte alla mia valigia, in una Germania moderna, a migliaia di kilometri lontano da casa, sfoglio le maglie che mi sono portato in viaggio, e dopo quella rubata a mia sorella, in pieno stile anni 90 con la scritta “fruit of the loom”, mi trovo in mano un cimelio di una storia che mi commuove sempre, una di quelle cose che evocano una lista di rcordi lunga come lo scontrino di quando mia madre faceva la spesa del mese alla coop: la maglia del Barcellona di Gary Lineker; con tanto di numero 10 stampato nel font del calcio che fù e cancellato a tratti dal tempo, e adesso inevitabilmente la mia mente torna a quegli anni 90′:

le figurine erano ai massimi livelli di popolarità. 200Lire per una bustina. Ogni sera facevo i miei sogni da bambino sperando di trovare Zoratto del Parma o qualche figurina rara. Nel frattempo Lentini si schiantava con la sua Porsche perdendo il suo talento come Sansone quando perse i capelli, e come lui trascinò in merda tutti i filistei. O almeno ci provò. “Sono costato 60 miliardi, mica noccioline”. “Ok, grazie per avercelo detto” gli risposero. Lui finì la carriera nel Cosenza, l’altro governò l’Italia per vent’anni, ma questa è un’altra storia.
Chi da piccolo non ha avuto la mania di attaccarle ovunque? Da Prunea portiere della Romania a Usa ’94 all’introvabile caricatura di Weah delle cicche che dopo due secondi non sapevano di niente, un po’ come l’Inter di Orrico.

Osservando quella maglia che tengo da spalla a spalla ripenso ai momenti passati in camera mia ad indossarla e a immaginarmi al Camp Nou. Tanti, troppi. Guardandomi intorno mi chiedo dove finiró. La risposta me la da quel nome stampato dietro alla maglietta “lineker” per l’appunto, e il ricordo dell’unica figurina che che avevo incollato da piccolo al mio armadio, quella di un piccolo uomo borghese, rispondente al nome di Eligio Nicolini, classe 1961. Non so perché. Non so neanche quante bestemmie tirò mio papà quando capì che quella figurina non poteva più tirarla via, ormai era incollata, appiccicata con i solventi che solo gli anni ’90 potevano creare. Non capirò mai se le bestemmie di mio papà erano perché avevo incollato una figurina o se perché quella figurina era dell’Atalanta. Se avessi incollato Pruzzo o Sebino nela (teneva per la Roma) si sarebbe incazzato ugualmente? chi lo sa. Nel film “Grandi magazzini” in una scena con Pozzetto, un grande attore dirà “Dove sei mimì, dove sei?”. Non c’entra un cazzo, lo so. So solo che adesso, nel pensiero di quei pomeriggi passati in cameretta, guardo Eligio, Eligio guarda me, quella figurina mi dice “Ricordati chi sei, ricorda il nostro calcio”. Già, erano gli anni ’90 e le serie tv si chiamavano Caro Maestro e facevano cagare; erano gli anni ’90 e le telecronache erano susseguirsi di “Donadoni effettuava il traversone” e “Colombo alla caccia del pallone”. Se Dio scendesse in terra lo farebbe con la voce di Bruno Pizzul. Riguardo il mio Eligio, vorrei portarlo con me, ma farei prima a portarmi via l’armadio piuttosto che staccarlo. Riguardo ancora il mio Eligio, sembra che mi dica “Qualsiasi cosa tu faccia, ricordati chi sei”. Gli anni ’90 mi ripassano davanti, strappandomi un sorriso.

Ciao Eligio. Grazie del tempo trascorso insieme. Grazie di tutto.

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