10 è il numero perfetto

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  • Erano i primi giorni di marzo del ’95, io ero poco piu che un bambino, classe ’89, appena sei anni ancora da compiere e quasi completamnte disinteressato dal mondo del calcio, quel mondo del calcio che avevo soltanto intravisto, e piu che altro sentito, dalle urla di mio padre, mentre io me ne stavo nella mia cameretta anni 90 con la carta da parati a fiori, e lui in salone urlava disumanamente quando tale Giovanni Cervone, tra una Svedese e una Bulgara trapiantata a Monteverde, aveva culo e parava qualche rigore, o quando balbo il giorno seguente a una gang bang con la sellerona, da buon bomber vecchio stile la buttava dentro di violenza.
    Ero un bambino, vero, ma questa storia la ricordo bene.
    Quella sera mio padre entrò in casa stanco dopo aver lavorato, e la prima cosa che disse dopo avermi dato un bacio fù: “dopo cena guardiamo il calcio” e mi fece l’occhiolino. Mi uscì un sorriso di quelli felici. Era un giorno in mezzo alla settmana, mi sembra fosse un martedi, e su un canale dimenticato dal mondo, di cui ora non ricordo il nome, ma sul quale 20 ore su 24 potevi guardare soltanto televendite di orecchini falsi, davano le repliche del campionato argentino, e quella sera, anche se a noi sarebbe bastato anche un Lecce-Catania o partite ancora piu blande, passavano Boca juniors – Independiente, uno dei big match piu attesi in quegli anni, che non solo si distingueva per il tasso tecnico che rendeva blasonato il calcio argentino, ma anche e sopratutto dalla quantità mai eccessiva di fica sugli spalti.
    Dall’altra parte del mondo, molti, ma molti anni prima, a Villa Fiorita, in Argentina, una donna, che tutti in città chiamavano Doña Tota, metteva al mondo quello che quella sera avrebbe cambiato la mia vita di bambino.
    Mentre io e mio padre aspettavamo “il calcio”, mia madre era ancora intenta a sparecchiare, mentre noi, ignari dell’universo delle faccende domestiche, eravamo gia sul divano: mio padre all’angolo con un braccio sul poggiagomito e uno sullo schienale, e io, come ogni volta, con la testa sulla sua pancia.
    Era una delle mie prime partite viste in tv, quasi tutte le sere bisognava andare a letto presto, ma quando mio padre guardava il calcio, se volevo, potevo stare sveglio quella mezz’ora in più, giusto il tempo di addormentarmi comodo sulla sua pancia grande.
    Poco prima del fischio di inizio del match, andavano in onda degli spezzoni del riscaldamento, e quella sera, mentre mio padre a metà del riscaldamento già dormiva e russava, io restavo li, sulla pancia a guardare, e quella sera la telecamera si fermava spesso su un uomo con i capelli folti e crespi, mi venne in mente che fosse troppo basso per giocare a calcio, ma poi pensai che forse era la tv che rimpiccioliva le cose, in ogni caso tornai a fissare quell’uomo che invece di essere con gli altri a riscaldarsi, giocava da solo col pallone, e lo accarezzava, come se fosse la cosa piu bella del mondo, e ricordo che sorrideva.
    Quelle immagini vennero interrotte bruscamente dalla pubblicità dei “Gelati Sammontana – Gelati all’italiana” (Ve la ricordate?), e mi venne talmente voglia, che insieme all’inizio della partita cominciai ad attendere l’uscita di scuola del giorno dopo, per chiedere a mio padre di comprarmene uno.
    Gli occhi cominciavano a chiudersi, ma dopo un paio di minuti di spot anni 90, il fischio di inizio.
    Tutto era normale, la palla che passa il centrocampo e poi torna indietro, le maglie che si mischiano, e quell’uomo con i capelli crespi e con un dieci bianco dietro alle spalle, sul quale ormai mi ero fissato. I primi palloni toccati erano accenni, poi cominciarono i dribbling, i lanci millimetrici, ed io lì fermo immobile, incantato, a chiedermi chi fosse mai quell’uomo basso che non avrebbe potuto giocare a calcio, ma che che era almeno 4 o 5 volte piu forte di tutti gli altri, che mi teneva incollato alla tv, mi aveva fatto passare il sonno e mi aveva appena fatto venire voglia di uscire in giardino a tirare due calci, anche se era sera e non si poteva, quell’uomo basso che il giorno dopo, durante la ricreazione mi avrebbe costretto a prendere a calci qualche pigna per imitarlo, e che qualche minuto dopo il calcio d’inizio mi avrebbe fatto correre col pallone dentro casa con mia madre che mi avrebbe minacciato elencando punizioni e insulti come se leggesse il salmo responsoriale, e mi avrebbe spinto a rompere qualche vaso o qualche sopramobile solo per gridare GOOLL imitando la voce di bruo pizzul.
    Arrivai al secondo giro di casa col pallone, ero ancora in forma quando mia madre dalle minacce passò ai fatti, mi tolse il pallone e lo buttò in chiostrina salvando tutti i soprammobili, allora tornai sul divano, sul quale, in tutto questo, mio padre ancora dormiva senza essersi accorto minimamente di nulla.
    A fine primo tempo mi addormentai sul divano anche io, stremato dal pomeriggio in giardino e dai compiti, mentre il calcio continuava a scorrer alla tv e mia madre finiva di lavare i piatti.

    Il giorno dopo mi svegliai nel letto, andai a scuola, e quando mio padre mi venne a prendere, nel tragitto scuola-casa, in macchina, chiesi ” Papà, te la ricordi ieri sera la partita? ma chi era quello che giocava da solo prima dell’inizio?”

    A mio padre uscì un sorriso.

    Io, Il giorno dopo, scoprì che mi ero innamorato del calcio, perchè avevo visto Maradona.

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