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Il potere delle lenticchie

Guardavo la luce che c’è in questa sala d’aspetto. Mi fà un pò pensare a te. E si, lo sò, non è il più bel complimento del mondo, ma fammi finire. Sono esattamente seduto, con le gambe stese e i piedi incrociati. Le braccia anche sono stese e le dita anche sono incrociate, come se le mani volessero abbracciarsi. Mi guardavo intorno, e proprio quando mi sono fermato sulle mani – che mi sembravano si stessero abbracciando – ti ho pensato. Ho pensato al motivo per cui sono seduto qui e ho deciso che per passare il tempo e togliere un pò di tensione avrei elencato automaticamente le persone che avrei voluto fossero qui a dirmi che andrà tutto bene. E niente, mi sei venuta in mente tu e un pò di cose.
Ho pensato a quello che contengono gli ospedali come questo: pianti, e un pò d’amore. Quindi ho pensato che anche noi siamo come questo ospedale, in fondo.
Siamo tutte le volte che sorridi e anche tutte le volte che mi guardi e scende tipo un silenzio. Siamo tutte le volte che io mi arrabbio e poi faccio finta che non esisti, perché ogni tanto sono un pò stupido, siamo tutte le volte che non mi dici quello che vorresti dirmi, e io però lo sò già. Siamo i tuoi problemi, e le mie soluzioni sempre troppo facili. Siamo tu che usi gli occhi e io le mani, per parlare, niente bocche.

E quindi nulla, pensavo che siamo come questo ospedale dove al terzo piano forse si sta fermando un cuore, e allo stesso momento al secondo forse ne sta cominciando un altro. Praticamente due cose nello stesso posto allo stesso momento con lo stesso inizio e la stessa fine.

Se fossi qui, adesso io fermerei il tizio con il carrello della cena alzando il braccio, per chiedergli sottovoce due di quei piatti con le lenticchie fumanti, tu rideresti tantissimo, e ti copriresti il viso con le mani,
poi mangeremmo lì seduti, a terra uno di fronte all’altra, nel vuoto della corsia dodici con le gambe incrociate a ridere ancora un pò di quella piccola follia, tireremmo fuori qualche discorso leggero e qualche sorriso ogni tanto, ci diremmo che andrà tutto bene abbassando il tono della voce e staremmo lì, ad essere sicuri che non servirebbe nient’altro, tranne noi e una notte lenta, dove aspettare piano l’ora giusta per tornare verso casa.

E poi?

E poi riuscire ad esserci.

 

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6 cose buone, e 1 cattiva. (#1) – titolo variabile –

  1. Facevo la doccia più o meno tutti i giorni, tolte le sere in cui ero così stanco che mi addormentavo sul divano stremato dopo tutte quelle corse dietro al pallone. Di quelle docce ricordo me nel mio accappatoio disegnato, seduto sul water con la tavoletta chiusa e mia madre che mi asciugava i capelli. Mi veniva da chiudere gli occhi. Sentivo le mani che spostavano i capelli, e l’amore di qualcuno che si stava prendendo cura di me.
  2. Avevo più o meno tre anni e il mare mi sbatteva le onde sulle gambe. La diffidenza verso le prime onde, e piano piano conoscerle, e riderci insieme.
    E poi scoprire quella sensazione che ti da la sabbia quando se ne va da sotto i tuoi talloni trascinata dal mare che torna, un solletico in cui rimanevo immobile a fissarmi i piedi. E due occhi a riva che controllavano la mia felicità di scoprire.
  3. Non sono sicuro fosse maggio, ma faceva caldo, questo me lo ricordo. Era anche Domenica, di questo sono sicuro. Mio padre era entrato a casa e non ha aveva aperto bocca, sorrideva a mia madre, poi aveva preso me in braccio, le aveva dato un bacio e lei aveva risposto “ci vediamo dopo” sorridendo di riflesso.
    Quella Domenica c’era Roma – Perugia allo stadio, finì 3 a 1. Non eravamo già una famiglia che si poteva permettere cene fuori la sera, o stravizi che avrebbero intaccato le bollette, ma quella era stata la mia sorpresa. Ricordo tutto: Mangone che esce, entra Rinaldi dopo mezz’ora, Mazzantini che prendeva tutto, Totti giocava sul velluto, Montella segna a porta vuota l’uno a zero, Nakata metteva paura, Ripa espulso Perugia in dieci, Assuncao decide che quello è il momento di buttare giù la porta da venti metri, due a zero, il gol di Zago annullato, poi Totti su rigore chiude i giochi dopo il gol della bandiera del Perugia. Mio padre che esulta, felice.
    Prima di entrare avevamo anche comprato sciarpa e maglietta, ce l’ho ancora, sta nella scatola dove tengo i ricordi, ci sono anche i biglietti di quella partita lì, Ogni tanto li riguardo: Roma – Perugia, 1999, partita insignificante ai fini del risultato, ma la partita più bella della mia vita.
  4. Estate 2001, ogni santa Domenica si andava al Lago di Vico con gli amici di famiglia, mio padre andava prima di tutti per prendere il posto, noi arrivavamo dopo con due macchine e il pranzo al seguito. Mia madre faceva le lasagne. Prima delle undici non ti facevano entrare in acqua nemmeno con la muta da sub, che l’acqua era troppo fredda, “hai appena fatto colazione, ti prende una congestione”. Sarebbe stato il primo caso al mondo di congestione per colpa di mezzo cornetto, vuoto oltretutto, ma bisognava starci.
    Bagni interminabili, che si usciva dall’acqua solo per aspettare che le labbra tornassero dal viola al loro colore naturale, e che i polpastrelli non avessero più le grinze.
    E tornare poi verso casa, la sera, quando il sole non c’era quasi più, attaccarsi al finestrino e sussurrare a tutta quella felicità: “ci vediamo presto”.
  5. “Smiro”, Ferella e Saponaro, quelli che sapevi ti avrebbero difeso anche in guerra, De Nava che sembrava un nazista già a dodici anni ma che non avrebbe ucciso una mosca; Di giuseppe che pesava sei chili bagnato; Iannone l’uomo più scoordinato della terra; Pezzullo anche detto “ringhio”. Ranalli, elegante come molti, assassino come pochi; Piccone, più matto il padre che il figlio. Mannozzi, forte come non ne ho visti più. Petrucci, l’uomo che non ti aspetti. Masino, negato ma il perfetto uomo spogliatoio. Lorenzetti, zero voglia ma non gli stavi dietro. E poi Giorgio, l’unico uomo al mondo che urlando ha chiamato il mio nome più di mio padre e mia madre messi insieme, spesso anche per minacciare di uccidermi. In sintesi, una squadra di squattrinati, che mi ha insegnato a credere nelle cose difficili.
  6. Un’ elefante si dondolava sopra il filo di una ragnatela“. Io e mia sorella la cantavamo tornando da scuola quelle poche volte che veniva a prendermi, ché magari i miei non potevano. Camminavamo e ci battevamo i palmi delle mani contando quanti fossero gli elefanti su quel benedetto filo fino a che io chiedevo come faceva a non rompersi. Eravamo io e lei, belli, giovani, legati da un filo dove non ci dondolavano gli elefanti, ma c’eravamo noi e un pomeriggio che doveva ancora passare.
  7. Gli specchi non erano miei amici, sopratutto ai tempi della scuola media, dove andavo per piacere. Piacere alle ragazzine intendo. Mi vedevo brutto, mai in ordine. Sapevo ogni mattina che non sarebbe stato il giorno giusto per piacere. Una volta, in terza media un mio compagno si mise a ridere delle mia scarpe consumate: mio padre me ne comprava un paio al mese, alcune volte anche ogni due mesi, e io giocavo a calcio anche quando non avevo un pallone, con qualsiasi cosa rotolasse. Il più delle volte erano pigne degli alberi che sono nel cortile di casa mia, e le mie scarpe ne risentivano piano piano sempre di più. A me non è che importasse molto, ché in fin dei conti il mio scopo era dare calci a qualcosa, ma forse per i miei compagni le mie scarpe consumate erano un problema. A quella risata risposi sedendomi due posti più in là e intrecciando le gambe sotto la sedia cercando di nascondere le scarpe. Quel giorno ho imparato che una risata può anche farti sentire deriso; che quelle, possono rimanere delle semplici scarpe rotte, oppure diventare il manifesto della tua felicità.
    Perché alla fine di tutta questa storia, sei tu che scegli il punto di vista da cui guardarle, quelle scarpe.
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Mare mosso

Ti ho visto mille volte, nelle luci di un cielo che stava lasciando la città. Ti ho visto una mattina che avevi gli occhi stropicciati, sperare che quel momento potesse fermarsi. Ti ho rincorso lungo questi anni scivolando spesso e facendomi male, ma alla fine ero sempre lì, anche dolorante restavo lì.
Ti ho sentito nel mio stomaco stretto, nei miei pianti in camera al buio, nelle risposte che non ho ricevuto, in quelle che ho ricevuto. Ti ho pensato mille volte, ogni giorno, per averti vicino. A volte ti ho odiato, per tutta questa solitudine. Ho raccontato al mondo di quando ridevi, dei tuoi capelli sciolti e delle tue maniche troppo lunghe. Ho parlato di quanto ero felice a pensarti felice. Ho inventato di me e te sul terrazzo di casa mia seduti sul bordo, con i piedi a penzoloni, un pò di tramonto e Roma che faceva il resto. Ho immaginato mille volte un giorno dove io e te riusciamo a toccarci le mani, e lasciamo andare un pò tutto.

Volevo sapessi che c’è un mare un pò mosso oggi, però stranamente non mi fa paura nuotare con questo sole, ché probabilmente quando il mare è agitato è perché ha bisogno di qualcuno che lo abbracci, e che quindi entrarci, in mare, magari può aiutarlo a calmarsi.

Faccio passi diretti aldilà delle mie paure, che se te le raccontassi.
Muovo piano ogni cosa, per riuscire a raggiungerti.
E c’è da fare.
Però volevo che sapessi che sono determinato, deciso, che andrò fino in fondo in questa cosa.

Perché ti ho visto mentre ridevi, e ho pensato che forse sei tu davvero, l’unico posto dove riuscirei a salvarci.

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Gli zeri che mi stanno intorno, e i pugni che non sento.

E’ una storia di pugni questa. Sullo stomaco, più precisamente.
E’ una storia di giorni belli, e giorni brutti. E di questa strada, su cui piove, e poi dopo c’è il sole, e poi arriva il temporale, e poi c’è di nuovo il sole, e io non so più i posti dove riuscire a difendermi da questo continuo cambiare. Troppi colpi di scena, io non ce la faccio, mi sono detto.
Poi ho scoperto che i pugni li incasso bene, che col tempo ho imparato ad assimilarli.
Ho imparato quando ho capito che c’ero io in ballo, e che quindi, tu, non puoi farmi male.
Che io, chi sono, lo sò. E sono anche bravo a capire chi sei tu. E che quindi questa è una lotta dove puoi anche menarmi, e divertirti, e dimostrare che hai più muscoli, sbraitare, ma sono sempre in vantaggio.

Ho realizzato che lotto da sempre, e che ho paura, e che grazie a dio è la paura che mi salva; che non mi scopro, perché scoprisi sarebbe darti forza, e vedere invece, dove vuoi arrivare, è il gioco giusto.
Gioco di esperienza da una vita. Tanta testa e “gambe” quanto basta.

Ho sorriso, ogni volta che ho sentito dolore, perché potessi colpirmi più forte, e più forte ancora, fino a che il tuo respiro si è fatto corto, mentre io ero ancora in piedi senza nemmeno accennare un segno di vittoria, ché non c’è vendetta contro chi è già povero di se. Ché i tuoi pugni sono mancanza di carattere, sono segno di un animo codardo, di un’esistenza passata a nascondersi. I tuoi pugni sono l’esatta descrizione di quello che sei tu in questa vita: una comparsa di un film dove reciti per pochezza di attenzioni elemosinate, una contrapposizione che non riesco nemmeno a considerare divertente.

E allora, continua pure.
Prendimi a pugni su questo stomaco chiuso, che non mi fai male.
Ché io, in questa vita mi conosco fin troppo bene per abbassarmi ad essere un perdente.
Ché me lo porto scritto addosso, sotto questa pellaccia, quella promessa: “sublime, nel dolore”.

Sorrido, intanto
e aspetto domani.

Baciatemi il culo.

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“del tempo che passa”, tu – Sul tetto.

E’ che c’era l’odore dei platani, o di quegli alberi con i fiori rosa nelle tue foto. I centri sociali, le sezioni dei partiti di destra, e quei posti che devono piacerti tanto. I palazzi alti, rossi. Il mio stomaco stretto, e tutto questo cercarti, per vederti anche solo un pò, e dirti le parole che ho dimenticato.
Questa piazza piccola, gli alberi che fanno ombra, e le antenne sui terrazzi piatti. Vorrei essere lì sopra, seduti accanto, e vorrei arrivassero le otto.
Stasera salgo da solo sul mio – se riesco – a pensare a un titolo per il libro che parla di te, poi se mi capita di pensarti, magari te lo dico.
Ps. mi piacerebbe che fossi qui.
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il Mare, i Pancakes, e le cose.

Non potreste capirla tutta questa solitudine, nemmeno se la spiegassi.
E allora non la spiego.

Dico solo che mi sentivo così, soltanto quando era inverno, e io aspettavo la primavera, e quando era primavera, e io aspettavo il mare.

Vorrei un sacco di vorrei.
Ma vorrei è condizionale, e io sono contro i condizionali, alcune volte.

Vorrei te. Forse. E basterebbe tutto.
E avrei meno diffidenza verso quelli che dicono per sempre.
Ridurrei le dosi di cinismo.
Imparerei a essere felice.

Ma io sono contro i condizionali, alcune volte.

Mangio focacce col prosciutto, e mi basta.
Poi ordino Pancakes, che ho ancora fame e un impellente bisogno di serotonina, forse.

E non potreste capirla tutta questa solitudine, nemmeno se la spiegassi.
E allora non la spiego.

Che oggi c’è anche il sole, e io imperterrito aspetto ancora il mare.
E mi sembra una beffa incredibile, questa.

Guarda un pò più avanti di quel naso.
Io sono esattamente lì.

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Che qui, da queste parti, non si sa mai come va a finire.

C’è una salita. E un cielo che non ha voglia di svegliarsi, stamattina.
Suona, Samuel Lindon. Io ascolto; con gli occhi chiusi e la mia postura su una sedia da giardino.

Mi mancava questo tempo senza rincorse,
mi mancavano le parole che non volevo più dirti,
e questa bilancia che mi sposta lo stomaco.

Mi mancavano le parole che ti dirò un giorno,
per spiegare tutto questo vuoto,
e questa attesa.

Cosa siamo adesso?
Siamo due possibilità, credo.

Quella che hanno due punti – di una dimensione fattibile – disegnati sullo stesso foglio e distanti qualche palmo,
di diventare – piano – di una dimensione un pò più grande.

Quindi, fai così: assicurati che scriva; e porta una penna, o un pennarello, una matita, o quello che ti pare. Che potrebbe servire.

O magari no. Ma portala lo stesso.

ché lo sai già come funziona no?

Qui,
da queste parti,

non si sa mai come va a finire.